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Archivi categoria: Filosofia

Peter al Quirinale

Le “Quirinarie” di Grillo sembrano l’applicazione pedissequa della legge di Peter alla zara politica: in una gerarchia ciascuno tende a salire fino a raggiungere il posto per cui è incompetente, e lì si ferma. Solo così si spiega la preferenza espressa dagli elettori grillini, ideologi del dilettantismo democratico allo sbaraglio, per personaggi famosi, come Gabanelli e Strada, che nella loro professione potranno essere anche meritevoli e degni di stima ma che trasferiti alla politica diventano maschere popolari, forse simboli delle supposte virtù repubblicane ma certamente non condottieri in grado di salvare la nazione dai suoi nemici esterni ed interni, che da tutti i lati la assediano e la insidiano. Bisogna chiarire una volta per tutte che i meriti e gli onori conquistati nelle arti, nelle scienze, nelle lettere o nelle opere di bene non sono titoli validi al banco della virtù politica, la distinzione aristotelica fra virtù etiche e dianoetiche è giusta, prova ne sia che tra i più grandi prìncipi e capi delle nazioni la storia annovera molti analfabeti e scellerati che tuttavia ancora ricordiamo per le loro opere ammirevoli, mentre fra i grandi sapienti e uomini santi pochissimi hanno sopportato l’onere di guidare una nazione e ancor meno son quelli che hanno meritato onori per questo. Anche in quei rari casi comunque la compenetrazione fra virtù etiche e dianoetiche è stata resa possibile delle virtù teologali di quegli uomini eccezionali, che secondo la vocazione battesimale sono stati in un sol tempo re, profeti e sacerdoti, condizione preclusa invece a tutti i presunti saggi, ai notabili e alle “star” della nostra repubblica che fanno della costituzione il loro vitello di carta e del laicismo l’incenso sulfureo con cui omaggiarlo a ogni piè sospinto. Sappiamo di essere “popolo dalla dura cervice”, come gli Israeliti, per questo chiunque verrà eletto a prima carica dello Stato è più verosimile che sarà un nemico della nazione piuttosto che un suo salvatore.

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Un’apologia di Sallusti

La tirannia della magistratura è davvero l’esito finale della democrazia, come ha predetto Gomez Davila, e il caso di Sallusti è solo l’ultimo di una lunga serie di ingiustizie perpetrate dalla spudorata arroganza delle toghe italiche, che col pretesto di applicare letteralmente la legge si ergono a oppressori di un intero popolo. Questa è un’involontaria conferma di San Paolo, la lettera uccide anche quando si tratta di leggere una carta costituzionale o un codice di diritto, la verità della legge vive invece nel suo spirito, come ha inteso Montesquieu, perciò solo leggendola nello stesso spirito dei legislatori che l’hanno scritta si ritroverà tale sua verità; altrimenti la legge è menzogna, e come tale può essere voltata e rivoltata in qualunque senso piaccia al giudice, e comunque sempre a danno dell’uomo che capita sotto la sua scure. Ora Mussolini voleva che il carcere impedisse al cervello di Gramsci di funzionare, perché ne temeva il potenziale eversivo, sembra che allo stesso modo si sia deciso di agire contro Sallusti, poichè evidentemente i vegliardi inzibellinati erano intimiditi dalla sua penna, che davvero può ferire i superbi più della spada. Nella storia la democrazia si è macchiata del sangue di Socrate e di molti altri innocenti, rei per lo più di averla svergognata di fronte al tribunale della ragione o a quello più elevato di Dio, oggi essa non arriva più a dare la morte solo per scrupolo filantropico ma intanto prepara per le sue vittime una sorte peggiore, che è la persecuzione giuridica e mediatica usque ad mortem, come per Moroni e molti altri indagati di Mani Pulite. Eppure nessuna ingiustizia può restare impunita, il sangue degli innocenti grida vendetta al cospetto di Dio e nell’ordine dei secoli la vendetta non ha mai tardato ad arrivare sopra a tutte le nazioni ingiuste, come Atene così l’URSS e ora l’Italia, che danza sull’orlo dell’abisso e non lo sa.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 27/09/12)

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2012 in Attualità, Diritto, Filosofia, Politica, Storia

 

Graecia capta ferum victorem non cepit

Aristotele ha insegnato che la famiglia è il fondamento giuridico dello stato (polis), e non lo stato il fondamento legale della famiglia. Anzi la famiglia è definita dallo Stagirita come casa (oikos), che non è come nella teoria economica moderna un bene accessorio e quindi tassabile bensì un carapace organico dell’uomo, nonchè il luogo dove vige l’oikonomia, che sta a quella come le leggi fisiche stanno alla natura. Se ne deduce che la famiglia è anche il fondamento economico dello stato, non viceversa. La lezione del filosofo greco ha illuminato e guidato la civiltà occidentale per quasi due millenni, e la sua obliterazione è stata la fonte di ogni aberrazione nazionalista e socialista di cui abbiamo memoria. La stessa Unione Europea nel vincolo della moneta unica è stata il prodotto di un paralogismo quantomai funesto, quello per cui si è presupposta una “famiglia europea” di fatto inesistente come fondamento primo e ragion sufficiente dell’Europa unificanda, il che spiega anche l’espunzione delle radici cristiane dalla sua costituzione, giacchè sarebbero assurte a fondamento del fondamento e il motore immobile sarebbe stato mosso. Ora la Grecia è di fronte a un bivio, ovvero recuperare l’insegnamento del “maestro di color che sanno” e ristabilire l’ordine naturale delle cose oppure accettare la resa incondizionata proposta dagli eurocrati, con tutte le conseguenze del caso. Il fatto però che quegli stessi eurocrati dicano che il destino dell’euro non è legato al destino della Grecia è indicativo del loro cupio dissolvi, Alessandro Magno grecizzò l’Oriente e Roma dopo aver conquistato la Grecia divenne greca perchè vide che essa era il compimento della civiltà, noi invece abbiamo voluto europeizzare la Grecia col nostro nichilismo imperiale ma tutto ciò che ne abbiamo ricavato è stato di affrettare la nostra disfatta, come re Serse. Merkel, Barroso, Schulz e ogni altro ducetto di Bruxelles dovrebbe andare a leggersi “I persiani” di Eschilo e iniziare a tremare.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 23/05/12)

 
 

Una postilla alla linea di Giuliano Ferrara

La glossa mediatica ci ha abituati a fare di eventi tragici ed eccezionali una media statistica, ma la statistica come notava Trilussa è astrazione falsificante, per questo motivo nemmeno la notizia più triste sembra ormai scuoterci dal torpore della mediocritas quotidiana. Di questo si è accorto anche quello scellerato sequestratore lombardo, che per comporre la rapsodia della propria miseria ha capito di dover ricorrere al gesto criminale, unico attrattore d’interesse di un pubblico tanatofobo e tanatofilo, perennemente alimentato dalle deiezioni di avvoltoi mediatici. Dei suicidi che con sgomento sentiamo accadere ogni giorno non si può tacere per imperturbabilità stoica, nè li si può rubricare alla voce della tragedia privata, chè qui si tratta di un male eminentemente politico che se non si vorrà in qualche modo arginare estenderà le sue metastasi all’intera civitas italica, che nella sua cultura e nel suo culto aveva espunto il suicidio dal canone delle virtù pubbliche e ora lo sta lentamente reintroducendo per debolezza economica e politica. Come ha scritto in extremis quell’imprenditore campano solo ieri suicida: “la dignità vale più della vita”. Questo stoicismo di ritorno, che vede nell’oblazione volontaria del corpo l’unica via di salvezza per l’anima, ridotta quest’ultima alla prosopopea della dignità, risulta certamente insopportabile alla nostra cultura, intrisa di cristianesimo, ma corrisponde invece alla voce della natura, che non ammette debolezze di sorta nel continuum riproduttivo. Per questo la razionalità naturale non è un rimedio ma un coefficiente del male, perchè è proprio essa a indicare in automatico la via d’uscita della schioppettata o dello svenamento, come per l’Innominato nel suo tormento notturno o per Seneca nella sua serenità filosofica. Ci sovviene un dubbio: Monti è venuto per salvare l’Italia o per condannare gli italiani? Sappiamo che a Socrate la democrazia impose il suicidio, essa infatti per ipocrisia statuale è incapace di uccidere.

 
 

“La legge obbligava a quello che non dava, la grazia dà quello a cui ci obbliga” (Pascal)

Giuliano Ferrara ha un bel dire che contro la crisi bisogna essere razionali e che resistere con le armi al fisco non è da eroi, è nobile l’appello dei filosofi a ricorrere alle virtù etiche e dianoetiche in risposta ai nostri persecutori o aguzzini, come Socrate incarcerato insegna ai suoi discepoli, ma non tiene conto della natura storpiata degli uomini, i quali non tanto per ignoranza del bene quanto per impotenza metafisica a perseguirlo si ritrovano ad assecondare il naturale istinto di sopravvivenza. Lo stesso Ferrara che mesi fa rimproverò al moralista Eco di non capire Kant, laddove costui parla del legno storto dell’umanità, capirà cosa intendo. La ragione giunta per gradi a descrivere la perfezione del bene morale alla fine si arresta, può persino dimostrarne la necessità universale ma non persuaderne la libertà individuale, per questo si risolve solitamente a imporlo compiendo il salto logico dell’imperativo categorico o quello politico dello Stato etico. L’istinto, a differenza dell’intelligenza che è un dono degli Dei, è una dotazione universale della natura ai viventi per preservare se stessa: come anche l’animale più timido e spaurito stretto all’angolo dai predatori rivela una forza e un’agilità fuori dalla norma, così anche l’uomo più mite messo alle corde da nemici o esattori strozzini rivela una furia di cui non si sospettava capace, poco cambia che la rivolga contro se stesso o contro 15 malcapitati. Tali reazioni non sono crisi psicotiche ma costanti naturali della casistica comportamentale, contro le quali è vano e assurdo lanciare invettive o scaricare l’estintore della ragione dialettica, come sarebbe vano e assurdo cercare di sedare un temporale con la parola. Tale potere è concesso solo ai maghi, che alla maniera di Prospero sanno come sottomettere gli spiriti dell’aria ai propri voleri, oppure a Dio stesso, come hanno visto i discepoli increduli sulla barca (cfr. Mc 4, 35-41), ma è negato ai filosofi e ai sapienti, per quanto saggi e intelligenti.

 
 

Una passione quaresimale

Una donna quasi ottuagenaria si è uccisa gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo l’ennesima riduzione della pensione. La miseria non è sostenibile secondo natura, se per un giovane può esser inevitabile pesare economicamente sulle spalle dei vecchi, per un vecchio è invece insopportabile gravare in qualsiasi modo sulle spalle dei giovani, l’istinto di conservazione della specie è generalmente più forte di quello di autoconservazione individuale e quando i due istinti entrano in conflitto per le circostanze dello spazio o del tempo, sovente l’uomo sceglie di morire piuttosto che sopravvivere vampirescamente ai suoi figli e nipoti. La cultura e la volontà di potenza possono talvolta stornare gli uomini dalla voce profonda dell’istinto, provocando così aberrazioni generazionali e delitti contro natura, ma se la mano della previdenza sociale improvvisamente cessa di elargire la sua elemosina e al contempo lo Stato affama fiscalmente il suo popolo, rivelando finalmente il suo volto tirannico, ecco che allora si reinnescano i meccanismi naturali di sopravvivenza della specie, che richiedono inesorabilmente il sacrificio della vita dei vecchi affinché possa fiorire quella dei giovani. Il problema qui è che non è la natura a chiedere sacrifici bensì un pantheon di dèi ignoti e impassibili che dai templi sereni della finanza osservano con distacco le sventure degli uomini, fingendo di compatirli attraverso i volti rugosi dei loro emissari politici ma di fatto ignorando i loro dolori e preghiere. Costoro sono come gli idoli di cui lamenta il Salmista: hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono. Attraverso la sua morte innocente Cristo ha certificato che il sacrificio non è divino ma satanico, e demoni perciò son coloro che lo richiedono o lo ispirano, santi invece coloro che vi si sottopongono con umiltà per la salvezza di molti. Il sangue è un liquido molto speciale, dice Mefistofele nel Faust, se versato mette in moto i canali invisibili della giustizia.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/04/2012)

 

La lupa dantesca

Un top manager di Goldman Sachs si è dimesso dalla sua carica, e le motivazioni addotte saranno per molti illuminanti: il banchiere racconta di un ambiente lavorativo “tossico e distruttivo” e rivela la freddezza con cui gli esimi colleghi si ingegnano ogni giorno a truffare i clienti. Dal mondo classico ci è stato tramandato che Mercurio è protettore al contempo dei mercanti e dei ladri, categorie cogeneri per sostanza dell’opera economica, e chi conosce il Vangelo sa che il principe di questo mondo è sempre disponibile a concedere il potere temporale su di esso a chiunque si prostri ad adorarlo, persino Cristo ne fu tentato. Non stupisce perciò udire in quale sorta di girone infernale operano e lavorano i novelli principini di questo mondo, che non sono più teste coronate gaudenti o fanatici rivoluzionari a cavallo bensì austeri guru della finanza globale. La defezione pubblica di uno rivela l’afflizione segreta di tutti: se nel foro della coscienza i mercanti conducono giornalmente la compravendita truffaldina dei debiti e delle altrui vite all’ingrosso, nella spelonca dell’inconscio invece il verme della colpa rode nottetempo il fegato dei ladri, che come quello del ladro Prometeo ricresce ogni mattina per la sua tortura eterna, secondo la giustizia di Giove. Gli alti compensi dei manager e dei grandi dirigenti di settore sono in tal senso gli oppiacei più efficaci per alleviare il dolore e obliare le colpe, il che però non significa cancellarle ma solo gettarle più in fondo nell’abisso da cui di nuovo comunque usciranno, torrenziali e dirompenti, quando il minimo soffio di vento spalancherà le porte degli inferi che in noi si affacciano. Così è accaduto a questo pubblicano americano, che non sopportando più la pena interiore ha strappato il velo di Maya della finanza e ha quindi esposto un minimum degli orrori satanici che vi si celano dietro. Essa è la lupa dantesca, “che di tutte brame/sembiava carca ne la sua magrezza,/e molte genti fe’ già viver grame”.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 15/03/12)

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2012 in Attualità, Economia, Filosofia