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Archivi categoria: Diritto

Le vespe

Aristofane nelle Vespe mette in scena la vicenda di un vecchio, Filocleone, che è così felice di fare il giudice popolare e di condannare tutti i suoi imputati, che pur di esercitare il suo potere accetta di presiedere anche il processo fasullo di un cane, reo di aver mangiato un pezzo di formaggio. Così il commediografo greco rappresentava l’ossessione diremmo noi “giustizialista” di Atene democratica. Così però sembra che pensino e si comportino anche i nostri magistrati, che pur di arrivare a inchiodare l’imputato di turno, di cui Berlusconi è diventato ormai eponimo e maschera nazionale, sono disposti a passar sopra ad ogni principio razionale o giuridico. Alcuni fatti in particolare meritano un’analisi dettagliata: come può la Boccassini chiedere risarcimento a Silvio Berlusconi per esser stata a suo dire diffamata dal Giornale e al contempo presiedere il processo che lo vede imputato per un altro reato? Si presuppone che lui, condannato per il primo reato, sia divenuto debitore di lei, la quale si appresta a giudicarlo per il secondo, il che però va ovviamente contro il codice penale. Secondo, la stessa Boccassini mette in dubbio il certificato medico del Cavaliere, lei che pure non è un medico, il che significa che o crede che il medico di Berlusconi sia un incompetente oppure che sia un bugiardo: in entrambi i casi, perchè dunque non procede a inquisire anche lui per aver giurato il falso? Diamo tempo al tempo, dice il saggio, non si può mai dire! Siamo sotto l’assedio di uno sciame di vespe magistratuali che attendono solo l’occasione propizia per pungere i loro bersagli prescelti. In tal senso il vantaggio di chi conosce i classici è la sana diffidenza verso ogni promessa di cambiamento o progresso, poichè tutto l’umano è uguale dall’inizio del mondo ad oggi, solo Dio cambia la storia, gli uomini invece corrono in circolo come lancette di uno stesso orologio, e così tornano sempre agli stessi errori ed orrori.

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Pubblicato da su 12 marzo 2013 in Attualità, Diritto, Lettere, Politica, Storia

 

Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?

Per Monti la proposta del Cavaliere di restituzione dell’IMU è un tentativo di corruzione, se prendessimo per buone le premesse del suo ragionamento dovremmo allora concludere che l’imposizione dell’IMU è stato un tentativo -peraltro riuscito- di estorsione? Dopotutto, senza giustizia cosa sono i regni se non grandi ladrocini (Agostino)? Ma giustizia è suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo (Tommaso), il che vuol dire che lo Stato che impone una tassa sulla casa dei suoi cittadini ritiene che tale casa sia infine una sua proprietà, dunque demanio pubblico e non proprietà privata. Ma da Aristotele in poi è stato acclarato che la casa è il fondamento della famiglia, l’oikos, e la famiglia fondamento della polis, non viceversa. E’ chiaro pertanto che qualsiasi governo che tassi la casa è un governo iniquo, anzi ingiusto, perché l’equità è solo la distribuzione simmetrica di un debito asimmetrico, tant’è vero che riecheggia nel nome terrificante di Equitalia, la giustizia invece è corrispondenza esatta e non trasferibile fra un debito e la sua compensazione. Forse che il cittadino comprando casa si prende un debito con lo Stato? Vorrebbe dire che la casa è un privilegio concesso dallo Stato e non una necessità naturale comune a uomini e animali: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ogni creatura terrestre o celeste ha un suo luogo dove posare il capo, solo il Figlio dell’uomo ne è privo (cfr. Mt 8,18-20). Ora lo Stato, che per tutto il resto ci pesa come bestie agganciate all’aratro, sulla casa invece ha convenienza a considerarci come angeli, giudicandoci capaci di vivere senza una casa o in casa di altri…e come sempre chi prova a fare dell’uomo un angelo lo riduce ad una bestia.

(pubblicato dall’autore su Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 04/02/13)

 

Rottamiamo la magistratura

In tempi di mutazioni cosmiche, politiche ed economiche, in cui si parla di rottamare il vecchio patriziato democratico e di riformare il mercato del lavoro secondo i nuovi ritmi ed esigenze imposte dalla concorrenza globale, qualcuno dovrebbe aggiungere a queste ultime istanze anche quella non meno importante di rottamare la nostra magistratura, che sembra sfuggita a ogni controllo del potere politico, oltre che a quello più fondamentale della retta ragione, e si è rivelata in tal modo una pubblica agenzia del terrore. Dopo Berlusconi, dopo Sallusti e dopo gli scienziati della commissione Grandi Rischi, quanti altri dovranno ingiustamente soffrire nelle mani di questi grandi inquisitori moderni prima che si decida di intervenire (se necessario anche con la forza) e “mandarli tutti a casa”, come direbbero Renzi o Grillo sui politici? Se nemmeno il presidente della Repubblica può pretendere di essere totalmente immune dagli strali del potere giudiziario, allora è chiaro che quel potere è divenuto davvero assoluto e di conseguenza incontestabile (si veda appunto il caso Sallusti). Questo è l’esito più coerente della teoria democratica, i privilegi di carica che oggi con leggerezza gregaria vituperiamo e proponiamo di abolire furono istituiti dai padri della patria proprio per evitare di cadere sotto il giogo dell’assolutismo giudiziario, che è attualmente la vera ed unica forma di governo italica, tant’è vero che mentre la politica annaspa la magistratura fa invece il bello e il cattivo tempo. Il terrore è un fenomeno che storicamente abbiamo già conosciuto, persino in Italia, prima con l’intransigenza religiosa delle molte sette ereticali (calvinismo, luteranesimo, ecc.) e poi con l’inquisizione secolare delle varie repubbliche illuministe, patrie di legislatori draconiani e di boia. La Chiesa cattolica è stata fino a ieri baluardo e difesa contro simili aberrazioni, preghiamo che oggi si svegli dal sonno antidogmatico e torni a proclamare la sua sana dottrina, luce delle genti.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2012 in Attualità, Cristianesimo, Diritto, Politica, Storia

 

Un’apologia di Sallusti

La tirannia della magistratura è davvero l’esito finale della democrazia, come ha predetto Gomez Davila, e il caso di Sallusti è solo l’ultimo di una lunga serie di ingiustizie perpetrate dalla spudorata arroganza delle toghe italiche, che col pretesto di applicare letteralmente la legge si ergono a oppressori di un intero popolo. Questa è un’involontaria conferma di San Paolo, la lettera uccide anche quando si tratta di leggere una carta costituzionale o un codice di diritto, la verità della legge vive invece nel suo spirito, come ha inteso Montesquieu, perciò solo leggendola nello stesso spirito dei legislatori che l’hanno scritta si ritroverà tale sua verità; altrimenti la legge è menzogna, e come tale può essere voltata e rivoltata in qualunque senso piaccia al giudice, e comunque sempre a danno dell’uomo che capita sotto la sua scure. Ora Mussolini voleva che il carcere impedisse al cervello di Gramsci di funzionare, perché ne temeva il potenziale eversivo, sembra che allo stesso modo si sia deciso di agire contro Sallusti, poichè evidentemente i vegliardi inzibellinati erano intimiditi dalla sua penna, che davvero può ferire i superbi più della spada. Nella storia la democrazia si è macchiata del sangue di Socrate e di molti altri innocenti, rei per lo più di averla svergognata di fronte al tribunale della ragione o a quello più elevato di Dio, oggi essa non arriva più a dare la morte solo per scrupolo filantropico ma intanto prepara per le sue vittime una sorte peggiore, che è la persecuzione giuridica e mediatica usque ad mortem, come per Moroni e molti altri indagati di Mani Pulite. Eppure nessuna ingiustizia può restare impunita, il sangue degli innocenti grida vendetta al cospetto di Dio e nell’ordine dei secoli la vendetta non ha mai tardato ad arrivare sopra a tutte le nazioni ingiuste, come Atene così l’URSS e ora l’Italia, che danza sull’orlo dell’abisso e non lo sa.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 27/09/12)

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2012 in Attualità, Diritto, Filosofia, Politica, Storia

 

Graecia capta ferum victorem non cepit

Aristotele ha insegnato che la famiglia è il fondamento giuridico dello stato (polis), e non lo stato il fondamento legale della famiglia. Anzi la famiglia è definita dallo Stagirita come casa (oikos), che non è come nella teoria economica moderna un bene accessorio e quindi tassabile bensì un carapace organico dell’uomo, nonchè il luogo dove vige l’oikonomia, che sta a quella come le leggi fisiche stanno alla natura. Se ne deduce che la famiglia è anche il fondamento economico dello stato, non viceversa. La lezione del filosofo greco ha illuminato e guidato la civiltà occidentale per quasi due millenni, e la sua obliterazione è stata la fonte di ogni aberrazione nazionalista e socialista di cui abbiamo memoria. La stessa Unione Europea nel vincolo della moneta unica è stata il prodotto di un paralogismo quantomai funesto, quello per cui si è presupposta una “famiglia europea” di fatto inesistente come fondamento primo e ragion sufficiente dell’Europa unificanda, il che spiega anche l’espunzione delle radici cristiane dalla sua costituzione, giacchè sarebbero assurte a fondamento del fondamento e il motore immobile sarebbe stato mosso. Ora la Grecia è di fronte a un bivio, ovvero recuperare l’insegnamento del “maestro di color che sanno” e ristabilire l’ordine naturale delle cose oppure accettare la resa incondizionata proposta dagli eurocrati, con tutte le conseguenze del caso. Il fatto però che quegli stessi eurocrati dicano che il destino dell’euro non è legato al destino della Grecia è indicativo del loro cupio dissolvi, Alessandro Magno grecizzò l’Oriente e Roma dopo aver conquistato la Grecia divenne greca perchè vide che essa era il compimento della civiltà, noi invece abbiamo voluto europeizzare la Grecia col nostro nichilismo imperiale ma tutto ciò che ne abbiamo ricavato è stato di affrettare la nostra disfatta, come re Serse. Merkel, Barroso, Schulz e ogni altro ducetto di Bruxelles dovrebbe andare a leggersi “I persiani” di Eschilo e iniziare a tremare.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 23/05/12)

 
 

Com’è profondo il mare

La Chiesa celebra il funerale di un cristiano in suffragio della sua anima, e al contempo rende onore alla sua gloria mondana. Che cos’hanno i farisei dell’ateolaicismo contro tutto ciò? Non può Cristo fare delle Sue cose (i sacramenti) ciò che vuole? O forse sono invidiosi perchè Egli è buono? Nella parabola dei lavoratori della vigna quelli assoldati alle nove del mattino si lamentano presso il proprio padrone per l’uguaglianza di trattamento ricevuto rispetto a quelli assoldati alle cinque del pomeriggio, appellandosi ad una giustizia distributiva per così dire “meritocratica”, che è la stessa che Annunziata vorrebbe si applicasse in chiesa nei confronti dei peccatori, essi dimenticano che la giustizia di Dio è assoluta, di fronte a Dio nessuno può vantare credito perciò o essa è applicata secondo carità oppure rimane per tutti insostenibile. A un peccatore è concesso lo stesso funerale di un santo, la scrematura fra i due avviene nell’ordine dell’invisibile, quando il segreto dei cuori viene pienamente rivelato alla luce del Giudizio divino, ma proprio su questo interviene criticamente la religione comunista la cui opera è di trasducere tutto l’invisibile nel visibile, ovvero di risolvere tutto il privato nel pubblico ad uso e consumo dell’Occhio onniveggente dei media, simbolo luciferino dell’uomo divinizzato. Ciò che i sacerdoti di questo culto idolatrico hanno trovato di detestabile in Lucio Dalla non è la sua religiosità ma la sua umiltà, opposto simmetrico dell’orgoglio (pride) che i femminielli come Busi e Grillini ostentano pubblicamente per dissimulare la naturale vergogna di una deviazione. Il cosiddetto “outing” è una confessione senza contrizione, chiama l’applauso di un’arena e non l’assoluzione di un confessore, perciò non c’è da stupirsi che chi sceglie la via del confessionale cattolico invece di quella del confessionale mediatico venga vergato e deriso anche da morto. Com’è profondo il mare, cantava lui, ma quanto più profondo è il mistero della salvezza di ognuno.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 07/03/2012)

 

Napolitanodonosor

Napolitano si è fatto garante di un governo da lui stesso eletto, il che è il rovesciamento del nostro sistema repubblicano in cui è il governo eletto dal popolo a dover garantire per la legittimità ed autorevolezza del presidente della Repubblica. La questione è annosa: chi giudica un giudice? La risposta è: un altro giudice! Nel caso del presidente della Repubblica però non c’è un’altra carica paritetica che possa giudicarlo (ovvero misurarne l’operato politico sul regolo costituzionale), se non la presidenza del Consiglio, che però nel nostro caso è stata nominata dallo stesso Napolitano, come se l’imputato si fosse scelto il proprio giudice prima di avviarsi a processo. Ora se Monti dà la sua fiducia a Napolitano e Napolitano simmetricamente la ricambia si cade in un circolo vizioso, l’uno è emanazione dell’altro e nessuno dei due è perciò legittimato a governare nel nome del popolo italiano, che è stato depredato della propria sovranità e solo per narcosi culturale non ha ancora reagito con la stessa ira che invece i preti del radicalismo intellettuale e giornalistico gli avevano instillato contro Berlusconi, usato come capro espiatorio in un rituale immondo. Siamo una nazione schiava, ancora un poco e inizieremo a intonare il nostro “Va, pensiero” ricordando i fasti dell’era berlusconiana, che nel complesso della nostra storia degli ultimi 150 anni è stata realmente il male minore. Alla fine il Caimano non era poi così megalomane.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, il 21/12/11)

 
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Pubblicato da su 22 dicembre 2011 in Attualità, Diritto, Filosofia, Politica