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Archivi categoria: Economia

Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?

Per Monti la proposta del Cavaliere di restituzione dell’IMU è un tentativo di corruzione, se prendessimo per buone le premesse del suo ragionamento dovremmo allora concludere che l’imposizione dell’IMU è stato un tentativo -peraltro riuscito- di estorsione? Dopotutto, senza giustizia cosa sono i regni se non grandi ladrocini (Agostino)? Ma giustizia è suum cuique tribuere, dare a ciascuno il suo (Tommaso), il che vuol dire che lo Stato che impone una tassa sulla casa dei suoi cittadini ritiene che tale casa sia infine una sua proprietà, dunque demanio pubblico e non proprietà privata. Ma da Aristotele in poi è stato acclarato che la casa è il fondamento della famiglia, l’oikos, e la famiglia fondamento della polis, non viceversa. E’ chiaro pertanto che qualsiasi governo che tassi la casa è un governo iniquo, anzi ingiusto, perché l’equità è solo la distribuzione simmetrica di un debito asimmetrico, tant’è vero che riecheggia nel nome terrificante di Equitalia, la giustizia invece è corrispondenza esatta e non trasferibile fra un debito e la sua compensazione. Forse che il cittadino comprando casa si prende un debito con lo Stato? Vorrebbe dire che la casa è un privilegio concesso dallo Stato e non una necessità naturale comune a uomini e animali: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ogni creatura terrestre o celeste ha un suo luogo dove posare il capo, solo il Figlio dell’uomo ne è privo (cfr. Mt 8,18-20). Ora lo Stato, che per tutto il resto ci pesa come bestie agganciate all’aratro, sulla casa invece ha convenienza a considerarci come angeli, giudicandoci capaci di vivere senza una casa o in casa di altri…e come sempre chi prova a fare dell’uomo un angelo lo riduce ad una bestia.

(pubblicato dall’autore su Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 04/02/13)

 

Plutus acephalus

Ci era stato fatto credere con gran dispiego di mezzi che al cambiamento di governo da Berlusconi a Monti sarebbe corrisposta un’inversione di tendenza del ciclo economico, come se improvvisamente il tempo iniziasse a scorrere dal futuro verso il passato e noi si tornasse tutti all’infanzia: l’idea era sospetta fin dall’inizio, ora dopo sette mesi di vacche magre, anzi magrissime vista la dieta prevista per noi da Monti e Fornero, pare chiaro a tutti che la finanza non si muove secondo sollecitazioni politiche, semmai il contrario. Abbiamo pensato di domare il mercato imbizzarrito sostituendo il torero, ma esso è un mostro acefalo che non sente ragioni né distingue i bersagli, semplicemente travolge e calpesta ogni ostacolo che trova sulla sua strada. Esso è divenuto il motore e l’orizzonte della società borghese radicale, quella in cui Augusto Del Noce riconobbe il nemico ultimo della Chiesa e del Sacro dopo la caduta del comunismo e la sua trasmutazione alchemica in cifra genetica del capitalismo internazionalista. Tant’è vero che la cessione di sovranità non si attua oggi dai parlamenti nazionali verso il parlamento europeo, bensì dagli stessi parlamenti verso i Cda delle banche creditrici, che come in Grecia e in Italia reggono le sorti dei popoli e ne governano occultamente le direzioni a prescindere dal veto democratico, ricacciato nell’inferno dell’irrilevanza politica dal nuovo assolutismo economico. Stiano attenti però i rivoluzionari dell’ultima ora, il sovrano di questo regime non è decapitabile, perché è già senza testa, non ha volto né nome ma solo mosche cocchiere, come il demonio. E questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno (cfr. Mt 17,21).

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 07/07/2012)

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2012 in Attualità, Economia, Politica, Storia

 

Graecia capta ferum victorem non cepit

Aristotele ha insegnato che la famiglia è il fondamento giuridico dello stato (polis), e non lo stato il fondamento legale della famiglia. Anzi la famiglia è definita dallo Stagirita come casa (oikos), che non è come nella teoria economica moderna un bene accessorio e quindi tassabile bensì un carapace organico dell’uomo, nonchè il luogo dove vige l’oikonomia, che sta a quella come le leggi fisiche stanno alla natura. Se ne deduce che la famiglia è anche il fondamento economico dello stato, non viceversa. La lezione del filosofo greco ha illuminato e guidato la civiltà occidentale per quasi due millenni, e la sua obliterazione è stata la fonte di ogni aberrazione nazionalista e socialista di cui abbiamo memoria. La stessa Unione Europea nel vincolo della moneta unica è stata il prodotto di un paralogismo quantomai funesto, quello per cui si è presupposta una “famiglia europea” di fatto inesistente come fondamento primo e ragion sufficiente dell’Europa unificanda, il che spiega anche l’espunzione delle radici cristiane dalla sua costituzione, giacchè sarebbero assurte a fondamento del fondamento e il motore immobile sarebbe stato mosso. Ora la Grecia è di fronte a un bivio, ovvero recuperare l’insegnamento del “maestro di color che sanno” e ristabilire l’ordine naturale delle cose oppure accettare la resa incondizionata proposta dagli eurocrati, con tutte le conseguenze del caso. Il fatto però che quegli stessi eurocrati dicano che il destino dell’euro non è legato al destino della Grecia è indicativo del loro cupio dissolvi, Alessandro Magno grecizzò l’Oriente e Roma dopo aver conquistato la Grecia divenne greca perchè vide che essa era il compimento della civiltà, noi invece abbiamo voluto europeizzare la Grecia col nostro nichilismo imperiale ma tutto ciò che ne abbiamo ricavato è stato di affrettare la nostra disfatta, come re Serse. Merkel, Barroso, Schulz e ogni altro ducetto di Bruxelles dovrebbe andare a leggersi “I persiani” di Eschilo e iniziare a tremare.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 23/05/12)

 
 

Una postilla alla linea di Giuliano Ferrara

La glossa mediatica ci ha abituati a fare di eventi tragici ed eccezionali una media statistica, ma la statistica come notava Trilussa è astrazione falsificante, per questo motivo nemmeno la notizia più triste sembra ormai scuoterci dal torpore della mediocritas quotidiana. Di questo si è accorto anche quello scellerato sequestratore lombardo, che per comporre la rapsodia della propria miseria ha capito di dover ricorrere al gesto criminale, unico attrattore d’interesse di un pubblico tanatofobo e tanatofilo, perennemente alimentato dalle deiezioni di avvoltoi mediatici. Dei suicidi che con sgomento sentiamo accadere ogni giorno non si può tacere per imperturbabilità stoica, nè li si può rubricare alla voce della tragedia privata, chè qui si tratta di un male eminentemente politico che se non si vorrà in qualche modo arginare estenderà le sue metastasi all’intera civitas italica, che nella sua cultura e nel suo culto aveva espunto il suicidio dal canone delle virtù pubbliche e ora lo sta lentamente reintroducendo per debolezza economica e politica. Come ha scritto in extremis quell’imprenditore campano solo ieri suicida: “la dignità vale più della vita”. Questo stoicismo di ritorno, che vede nell’oblazione volontaria del corpo l’unica via di salvezza per l’anima, ridotta quest’ultima alla prosopopea della dignità, risulta certamente insopportabile alla nostra cultura, intrisa di cristianesimo, ma corrisponde invece alla voce della natura, che non ammette debolezze di sorta nel continuum riproduttivo. Per questo la razionalità naturale non è un rimedio ma un coefficiente del male, perchè è proprio essa a indicare in automatico la via d’uscita della schioppettata o dello svenamento, come per l’Innominato nel suo tormento notturno o per Seneca nella sua serenità filosofica. Ci sovviene un dubbio: Monti è venuto per salvare l’Italia o per condannare gli italiani? Sappiamo che a Socrate la democrazia impose il suicidio, essa infatti per ipocrisia statuale è incapace di uccidere.

 
 

“La legge obbligava a quello che non dava, la grazia dà quello a cui ci obbliga” (Pascal)

Giuliano Ferrara ha un bel dire che contro la crisi bisogna essere razionali e che resistere con le armi al fisco non è da eroi, è nobile l’appello dei filosofi a ricorrere alle virtù etiche e dianoetiche in risposta ai nostri persecutori o aguzzini, come Socrate incarcerato insegna ai suoi discepoli, ma non tiene conto della natura storpiata degli uomini, i quali non tanto per ignoranza del bene quanto per impotenza metafisica a perseguirlo si ritrovano ad assecondare il naturale istinto di sopravvivenza. Lo stesso Ferrara che mesi fa rimproverò al moralista Eco di non capire Kant, laddove costui parla del legno storto dell’umanità, capirà cosa intendo. La ragione giunta per gradi a descrivere la perfezione del bene morale alla fine si arresta, può persino dimostrarne la necessità universale ma non persuaderne la libertà individuale, per questo si risolve solitamente a imporlo compiendo il salto logico dell’imperativo categorico o quello politico dello Stato etico. L’istinto, a differenza dell’intelligenza che è un dono degli Dei, è una dotazione universale della natura ai viventi per preservare se stessa: come anche l’animale più timido e spaurito stretto all’angolo dai predatori rivela una forza e un’agilità fuori dalla norma, così anche l’uomo più mite messo alle corde da nemici o esattori strozzini rivela una furia di cui non si sospettava capace, poco cambia che la rivolga contro se stesso o contro 15 malcapitati. Tali reazioni non sono crisi psicotiche ma costanti naturali della casistica comportamentale, contro le quali è vano e assurdo lanciare invettive o scaricare l’estintore della ragione dialettica, come sarebbe vano e assurdo cercare di sedare un temporale con la parola. Tale potere è concesso solo ai maghi, che alla maniera di Prospero sanno come sottomettere gli spiriti dell’aria ai propri voleri, oppure a Dio stesso, come hanno visto i discepoli increduli sulla barca (cfr. Mc 4, 35-41), ma è negato ai filosofi e ai sapienti, per quanto saggi e intelligenti.

 
 

Per me la corazzata Kotiomkin è una….!

Come da programma anche quest’anno ci è toccata la sindacale punizione del concerto del 1° maggio, che come quella fantozziana della corazzata Kotiokmin rappresenta la tortura culturale di partito, alla quale nessuno sfugge, tutti applaudono fintamente interessati per timore di pubblica fustigazione e solo qualche isolata voce fuori dal coro osa una tantum alzarsi e dire quello che tutti segretamente pensano: è una boiata pazzesca! Il paradosso di festeggiare i lavoratori proprio nel tempo in cui essi sono più sviliti dalla competizione economica globale e dal progresso tecnoscientifico rende conto da una parte dell’anacronismo delle categorie storiche e culturali della sinistra, motivo anche della sua inettitudine politica in tempi di governo, dall’altra dell’astuta ipocrisia che il comunismo ha sempre coltivato nel vezzeggiare i suoi schiavi e farli credere liberi nella partecipazione attiva alla lotta armata di classe, sia l’arma il fucile o la chitarra è indifferente. Infine, paradosso nel paradosso, lo sperpero di denaro pubblico per infrastrutture e forze dell’ordine che tale concerto da un ventennio comporta, denaro prelevato per via fiscale a tutti i lavoratori per l’intrattenimento di pochi, lusso da tardo impero che la marea montante della crisi e della conseguente rastrellata fiscale avrebbe dovuto spazzare via insieme al posto fisso, all’art. 18, alle pensioni, alle Olimpiadi, tutti residuati di un’età del boom economico ormai sorpassata, ma comunque ben più cari e importanti di una versione sindacalistica di Sanremo, dal cui palco fra l’altro protervi predicatori già insultarono Cristo e il Papa. Sequestrare la festa di San Giuseppe, patrono dei lavoratori, per trasformarla in festa dei lavoratori, che di per sé nient’altro sono che poveri uomini condannati a tirare in circolo la mola assegnatagli, è stata un’astuzia della secolarizzazione politica che forse l’attuale crisi del lavoro vendicherà, riportandola alla sua radice sacra.

 
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Pubblicato da su 1 Maggio 2012 in Attualità, Economia, Politica

 

Una passione quaresimale

Una donna quasi ottuagenaria si è uccisa gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo l’ennesima riduzione della pensione. La miseria non è sostenibile secondo natura, se per un giovane può esser inevitabile pesare economicamente sulle spalle dei vecchi, per un vecchio è invece insopportabile gravare in qualsiasi modo sulle spalle dei giovani, l’istinto di conservazione della specie è generalmente più forte di quello di autoconservazione individuale e quando i due istinti entrano in conflitto per le circostanze dello spazio o del tempo, sovente l’uomo sceglie di morire piuttosto che sopravvivere vampirescamente ai suoi figli e nipoti. La cultura e la volontà di potenza possono talvolta stornare gli uomini dalla voce profonda dell’istinto, provocando così aberrazioni generazionali e delitti contro natura, ma se la mano della previdenza sociale improvvisamente cessa di elargire la sua elemosina e al contempo lo Stato affama fiscalmente il suo popolo, rivelando finalmente il suo volto tirannico, ecco che allora si reinnescano i meccanismi naturali di sopravvivenza della specie, che richiedono inesorabilmente il sacrificio della vita dei vecchi affinché possa fiorire quella dei giovani. Il problema qui è che non è la natura a chiedere sacrifici bensì un pantheon di dèi ignoti e impassibili che dai templi sereni della finanza osservano con distacco le sventure degli uomini, fingendo di compatirli attraverso i volti rugosi dei loro emissari politici ma di fatto ignorando i loro dolori e preghiere. Costoro sono come gli idoli di cui lamenta il Salmista: hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono. Attraverso la sua morte innocente Cristo ha certificato che il sacrificio non è divino ma satanico, e demoni perciò son coloro che lo richiedono o lo ispirano, santi invece coloro che vi si sottopongono con umiltà per la salvezza di molti. Il sangue è un liquido molto speciale, dice Mefistofele nel Faust, se versato mette in moto i canali invisibili della giustizia.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/04/2012)

 

La lupa dantesca

Un top manager di Goldman Sachs si è dimesso dalla sua carica, e le motivazioni addotte saranno per molti illuminanti: il banchiere racconta di un ambiente lavorativo “tossico e distruttivo” e rivela la freddezza con cui gli esimi colleghi si ingegnano ogni giorno a truffare i clienti. Dal mondo classico ci è stato tramandato che Mercurio è protettore al contempo dei mercanti e dei ladri, categorie cogeneri per sostanza dell’opera economica, e chi conosce il Vangelo sa che il principe di questo mondo è sempre disponibile a concedere il potere temporale su di esso a chiunque si prostri ad adorarlo, persino Cristo ne fu tentato. Non stupisce perciò udire in quale sorta di girone infernale operano e lavorano i novelli principini di questo mondo, che non sono più teste coronate gaudenti o fanatici rivoluzionari a cavallo bensì austeri guru della finanza globale. La defezione pubblica di uno rivela l’afflizione segreta di tutti: se nel foro della coscienza i mercanti conducono giornalmente la compravendita truffaldina dei debiti e delle altrui vite all’ingrosso, nella spelonca dell’inconscio invece il verme della colpa rode nottetempo il fegato dei ladri, che come quello del ladro Prometeo ricresce ogni mattina per la sua tortura eterna, secondo la giustizia di Giove. Gli alti compensi dei manager e dei grandi dirigenti di settore sono in tal senso gli oppiacei più efficaci per alleviare il dolore e obliare le colpe, il che però non significa cancellarle ma solo gettarle più in fondo nell’abisso da cui di nuovo comunque usciranno, torrenziali e dirompenti, quando il minimo soffio di vento spalancherà le porte degli inferi che in noi si affacciano. Così è accaduto a questo pubblicano americano, che non sopportando più la pena interiore ha strappato il velo di Maya della finanza e ha quindi esposto un minimum degli orrori satanici che vi si celano dietro. Essa è la lupa dantesca, “che di tutte brame/sembiava carca ne la sua magrezza,/e molte genti fe’ già viver grame”.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 15/03/12)

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2012 in Attualità, Economia, Filosofia

 

Il pifferaio di Hamelin

E’ universalmente riconosciuto che la Germania sia un paradigma di efficienza, e questo la accomuna senza dubbio al Giappone con cui non per caso si è alleata nell’ultima Guerra. L’efficienza però è un criterio squisitamente tecnico, connesso alla produzione e alla filiera, non un criterio politico, in quanto non ha a che fare con la vita dei popoli ma solo con l’economia delle nazioni: le nazioni più ricche non sono anche le più felici o le più libere, questo perchè l’arte del buongoverno sottintende una scienza alchemica della ricchezza ben più complessa di quella canonica insegnata nelle facoltà di economia e durante l’apprendistato presso gli istituti di credito, che data la situazione storica attuale dovremmo più realisticamente ribattezzare “istituti di debito” a futura memoria delle generazioni. I greci e dietro di loro gli italiani stanno dolorosamente scontando gli amari frutti di un’epoca che seguendo il pifferaio germanico ha trasferito il criterio adattativo-darwiniano dalla razza alla finanza, per cui non i popoli geneticamente più deboli ma quelli economicamente più fragili sarebbero indegni di mantenere una propria identità nazionale e di conseguenza anche uno stile di vita congruo al proprio carattere storico e geografico. Da qui la tassazione selvaggia e indiscriminata, i tagli alla spesa pubblica, la retorica protestante della sobrietà, l’invettiva contro l’evasione fiscale come Grande Meretrice della Babilonia europea, l’esaltazione del lavoro come dimensione esistenziale e precaria da cui solo la morte ci potrà liberare. Eppure non ci voleva un genio a capire che nella conformazione delle nazioni a un unico regolo politico, pur considerate tutte le differenze e resistenze, si sarebbe determinata un’egemonia dell’economia più forte -e fin qui andrebbe anche bene- a discapito però delle più deboli, che mai nella loro storia recente avevano dovuto per sopravvivere confrontarsi con le parti in gioco in una gigantomachia camuffata da pacifica alleanza (UE).

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2012 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica

 

Dum Romae consulitur, Cortina expugnatur

In tempo di persecuzioni fiscali anche la rete è contagiata dal panico morale dell’evasore, ora la caccia si estende anche ai social network e ai blog dove la frustrazione epidemica dei tartassati, provvidamente purificata nel lavacro del moralismo cattolico e ovviamente giustificata dalle esortazioni parenetiche istituzionali, si può finalmente trasmutare in lotta di rivalsa contro chi per scaltrezza personale o fortuna professionale riesce a fuggire lo Stato esattore, lo stigma della delazione assurge nel superforo virtuale ad atto lodevole e doveroso. Divide et impera, questa è l’astuzia dei tiranni che mettendo in un popolo gli uni contro gli altri si assicurano il potere, mentre lo Stato moderno si fonda con Hobbes per impedire il conflitto di tutti contro tutti, col governo dei finanzieri cattedrati lo stesso Stato si serve invece di tale conflitto per prosperare, unico fra tutti nell’equità formale ma irreale della miseria distribuita. Che la colpa della presente crisi e dell’ipertassazione attuale sia in toto o in gran parte degli evasori fiscali è un assunto indimostrabile secondo la moderna logica finanziaria, lo Stato non tassa perchè i cittadini evadono le sue imposte, ma al contrario i cittadini evadono perchè lo Stato tassa le loro entrate senza dare in cambio benefici commisurati al sacrificio compiuto, il che fa scattare la fuga dal penitenziario erariale per chi non è legato alla catena di un salario. Le nostre tasse sono gli spiccioli del caffè della grande finanza mondiale, elettrice di Monti e vera responsabile di questa crisi, ora si vogliono pagare pure le brioches di asburgica memoria sguinzagliando un’armata di pubblicani inquisitori e missi dominici con licenza morale di atterrire i restii a versare il consistente obolo del suddito. In tal modo Cortina e Portofino divengono nell’immaginario comune le roccaforti di un’oscura ingiustizia, da espugnarsi in ogni modo per acquietare l’ira della plebe, per la quale mal comune è mezzo gaudio.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica