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Archivio mensile:luglio 2011

Il mostro di Oslo e la dialettica di Berlicche

La mano del mostro carica le bombe, attende che detonino, poi fragore, urla, sangue, rovine, nel frattempo imbraccia un fucile e falcia a vista qualche decina di vite innocenti con la freddezza di un sauro predatore. Il sottilissimo velo della vita civile è lacerato e lascia intravedere dietro di sè la guerra di tutti contro tutti, chè la bocca di Caino è sempre arsa dalla sete del sangue. Agli spettatori di questo teatro della crudeltà rimane solo da discutere sulle vesti ideali con cui viene camuffata la violenza reale, l’omicida lascia traccia dei suoi demoni e scrive la sua follia nella struttura lucida di una dichiarazione politica. Come Alfred Rosenberg, ideologo del nazismo, voleva fondare un “cristianesimo positivo” depurato dalla dogmatica cattolica e quindi compatibile con la mitologia ariana, così Anders Behring Breivik, il mostro di Oslo biondo e occhi azzurri, ha stilato il manifesto della sua ideologia mortale dosando in differente misura nazismo, massoneria e cristianesimo in un distillato venefico ed ereticale che giunge ad accusare Benedetto XVI di aver abbandonato la cristianità, e a definirlo di conseguenza “un Papa corrotto, incompetente, illegittimo e codardo al pari della maggior parte dei suoi predecessori“. C’è da scommettere che i nemici della Chiesa vorranno distorcere in ogni modo la verità fino a far apparire questo massone come un nuovo crociato, è per questo che di fronte a simili eventi la chiarezza e l’integrità della dottrina diventano due requisiti indispensabili per non far cadere le pecore fra le fauci dei lupi affamati che ne assediano il recinto, il politichese dei nostri vescovi e cardinali non aiuta ma anzi confonde e alla fine nella cappa del fumo di Satana qualcuno può arrivare a pensare che dopotutto Breivik ha ragione, data anche l’accuratezza della sua analisi del multiculturalismo come marxismo culturale e della graduale islamizzazione dell’Europa paventata anche dalla Fallaci. Gesù rimprovera severamente i due discepoli figli del tuono che volevano pregare per far scendere un fuoco dal cielo a consumare chi non lo aveva accolto (Lc 9, 51-55), dare la morte è un non sequitur della Verità, la quale invece è sinallagmatica col donare la Vita, e solo un’esaltazione sadica può far compiere questo salto nell’abisso; Breivik guardacaso non è andato a colpire gli infedeli maomettani ma i suoi stessi compatrioti, provando così l’origine demoniaca dei suoi proclami. Qualche volta infatti anche il diavolo dice la verità, diceva padre Zoffoli, ma solo se ritiene di poterla volgere in strumento per una più raffinata menzogna.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 25/07/11)

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Pubblicato da su 25 luglio 2011 in Attualità, Cristianesimo, Politica

 

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L’inoltrepassabilità del suicidio. In morte di Mario Cal

In tutte le foto che lo ritraggono appare sorridente Mario Cal, il dimissionario vicepresidente del San Raffaele e amico fraterno di don Verzè che stamane si è suicidato nel suo ufficio con una schioppettata. La stampa appone sul coccodrillo di ogni anima perduta il sigillo beffardo di un sorriso, a testimoniare che l’occhio onniveggente dei media non può penetrare il segreto dei cuori. Il volto restituisce all’occhio attento le increspature superficiali di sommovimenti correntizi profondi, ma l’immagine statica di una smorfia facciale non può rappresentare sul piano bidimensionale l’universo complesso dell’anima di cui il volto quadridimensionale è già compressione e crittogramma. Per ottemperare al principio di ragion sufficiente e a quello di causa-effetto l’investigatore della verità chiude la sua indagine con una spiegazione minima, “era preoccupato per la situazione finanziaria”, si conclude una vita con la ragione dei calcoli mentre a rodere le menti degli uomini sono i debiti contratti con Dio, che a noi si mostrano nella forma di quei sogni tramutati in incubi dalla zampa caprina di Mefistofele in calce al nostro patto segreto con lui. Il sogno è una sonda aerostatica lanciata nelle regioni astrali della felicità celeste, per rimanere in quota anche durante la veglia necessita l’insufflazione costante di fortuna o di denaro dentro al pallone altrimenti vuoto della sua consistenza terrena, per questo motivo il principe di questo mondo è in qualche misura creditore di tutti i potenti e li eleva o li abbassa a suo piacimento. Il suicidio è un’oblazione volontaria del corpo per la salvezza dell’anima, cioè dell’onore, per questo per lo stoicismo così come per la gnosi orientale è il compimento della virtù del saggio, ma sotto alla cupola cristiana su cui svetta l’arcangelo Raffaele, medicina di Dio, il corpo è l’àncora dell’umiltà, sola condizione in cui Dio può essere accolto e concepito, ed è l’anima dunque a dover essere oblata al fine di riaverla transustanziata come Spirito Santo. Maria è perciò colei che ha operato nella storia la vera trasvalutazione di tutti i valori, non si può più tornare con Nietzsche e con Seneca oltre Nazaret. Il cordoglio che attanaglia i cuori di tutti coloro che come me hanno vissuto, transitato o anche solo sostato sotto la grande cupola raffaeliana, di cui Mario Cal è stato mano invisibile dell’edificazione accanto a quella visibile di don Verzè, riguarda proprio l’inoltrepassabilità di quel gesto violento che ha segnato un’anima e il suo destino, macchiandone di sangue anche la mirabile opera terrena.

 
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Pubblicato da su 18 luglio 2011 in Attualità

 

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Lo stilitismo della magistratura

Nelle future cronache dei nostri tempi il discorso di Marina Berlusconi su Panorama dovrebbe tenere il posto della voce trasalente dal sangue dei vinti, come quella del sangue di Abele che chiama Dio a rendergli giustizia. La verità processuale è una ricostruzione probabilistica dei fatti, ovvero una finzione retorica, e qualora sia inficiata da fondati sospetti di vizio pregiudiziale o persecutorio diventa epitome di un sovvertimento dell’ordine civile, in altre parole i mascalzoni assurgono allo scranno dei giudici e gli uomini perbene siedono al banco degli imputati…con prevedibile risultato! Il caso Berlusconi non sarebbe nè il primo nè l’ultimo in cui la negligenza o la malizia della nostra casta togata ha reso colpevole l’innocente e innocente il colpevole, magari con la meschina complicità del potere inutile ma persuasivo di qualche redattore di testata. Manzoni ha insegnato a diffidare dai giudici e dai verdetti dati in tempo di isterie collettive, l’Italia è già un invisibile colonnato infame che solo un omertoso reset di memoria storica può vanamente tentare di cancellare. Ancora oggi si celebrano con fanatico sdegno e commozione i processi di Giordano Bruno e di Galileo al solo scopo di infangare la Santa Chiesa ma intanto non si compie lo stesso rito secolare, ad esempio, per i processi di Tortora o di Muccioli, col pretesto che la responsabilità di quegli iniqui giudizi ricade formalmente sullo Stato, che è inimputabile, invece che sui singoli colpevoli morali, a comprova dello status di privilegio e di impunità che compete ai magistrati nostrani.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 14/07/11)

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2011 in Attualità, Diritto, Politica

 

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Le ubbie ragionevoli di Cartesio

La filosofia moderna inizia con un’indagine inquisitoria sulla capacità veritativa dei sensi, Cartesio è l’iniziatore di questo metodo che per eterogenesi dei fini concluderà col negare l’esistenza di una verità tout court, la forza del pensiero critico è solo di segno negativo, non positivo, e pertanto viene a coincidere con la miseria del pensiero debole. Per comprendere il ragionamento cartesiano bisogna intendere in che senso i sensi devono essere inquisiti: rilevare la fallibilità dei sensi non significa infatti destituirli dell’evidenza, una sensazione fallace è tale rispetto alla ragione che la analizza e non rispetto al senso che la riceve, Don Chisciotte vede nel mulino un gigante e Sancho Panza può dubitare della sanità mentale del suo padrone ma non della sua visione del gigante, chè altrimenti dovrebbe crederlo bugiardo e non folle. Il vero e il falso sono categorie logiche e non ontologiche, appartengono alla ragione e non al senso, al quale invece ciò che appare non è mai errore o illusione per la semplice ragione che appare, il ragionamento di Cartesio verte pertanto sulla fallibilità della ragione e non su quella dei sensi, i quali ridanno sempre l’essere e mai il non-essere delle cose. La ragione sopravveniente ai sensi separa invece classi di fenomeni secondo un criterio di verosimiglianza, non è verosimile che la prospettiva di un dipinto sia cosa reale ma è verosimile piuttosto che sia un’illusione, in tal modo il pregiudizio realistico rinserra la realtà entro lo hortus conclusus della memoria individuale e della scienza conosciuta prevenendo la caduta nella follia. Il virus socratico presente nella cultura occidentale ha permesso che il domandare che cosa è una tal cosa inficiasse anche l’evidenza che la tal cosa è, favorendo così un’epistemologia platonica invece che aristotelica e spianando la strada al nichilismo imperante. La scienza è una decodificazione della natura oltre le apparenze ma non contro le apparenze, la sensazione stessa è l’esito di movimenti complessi dell’unica sostanza fluido-ponderale di cui consiste l’universo, pertanto è rivelativa e non ingannevole, da ciò il fondamento metafisico dell’intelletto: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. L’errore, l’illusione, il miraggio sono tutte versioni apocrife della realtà, sicuramente non si integrano nel canone sinottico della ragione e dell’intelletto e riferiti alla causalità sono privi di senso ma trovano un loro significato nella sincronicità eventuale che è l’apparirci nel tempo del nostro destino.

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2011 in Filosofia

 

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Il complesso di Medea

A Pisa una Medea abbandonata dal marito ha dato fuoco all’auto in cui si era rinserrata coi suoi due pargoli, i pompieri li hanno trovati stretti nell’abbraccio fatale della loro madre e assassina. Eventi come questo si ripetono uguali di anno in anno a formare la catena grondante sangue che tiene imprigionato il Tantalo secolare al fondale infero su cui impotente agonizza, lontano dai succosi frutti di pace e solidarietà vanamente promessi dal mondo; è occasione rara, soprattutto in età mediatica, che un poeta colga in fondo al pozzo nero della storia un fiore del male e gli doni lo spessore della tragedia. Di fronte a una siffatta notizia il moderno utente mediatico non si sente infatti forzato a meditare sulla morale di un popolo, sul destino personale e sulla giustizia di Dio, che non consiste nella prevenzione dei delitti ma nella loro retribuzione sub specie aeternitatis. L’estirpazione della discendenza per tema di vendetta è un delitto antichissimo riconducibile alla salvaguardia dell’onore personale, fiat iustitia et pereat mundus, il femminismo moderno ha finito per far sembrare lecito ciò davanti a cui anche il pagano antico atterriva. Il problema è che con l’avvento del cristianesimo il figlicidio non è più solo un’ingiustizia contro la natura ma è anche l’epitome del peccato mortale che trafigge come spada il cuore della Vergine dolorosa, la quale forse proprio in ragione di cotali abomini lacrima sangue sul mondo.

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2011 in Attualità

 

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“Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena” (F. Petrarca)

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3, 8).

Con un’analogia Gesù spiega a Nicodemo il principio di indeterminazione su cui si attestano in modi diversi la generazione divina e quella umana, la gravidanza di una donna è un’evidenza indiscutibile ma l’origine della  gravidanza non lo è, per questo gli antichi giuristi dicevano che mater semper certa est, pater numquam. Allo stesso modo il biologo e il medico possono attestare la nascita di un uomo ma non l’origine della sua vita, inattingibile per regressione deterministica e accessibile solo a condizione di ammettere un principio trascendente che informi di sè la materia cellulare stessa. L’Annunciazione segna la fioritura di un nuovo albero genetico, accanto a quello adamitico, che ha Dio non solo come origine (il che pertiene anche alla generazione umana) ma anche come seme, cioè come Spirito introdotto dall’angelo, e come frutto, cioè come Verbo accolto dalla Vergine nel suo grembo immacolato, che a differenza di ogni altro grembo materno ne ha permesso l’incarnazione. Così uno Zefiro carico dei semi arborei e floreali della sua Clori insemina la terra fertile dall’alba dei tempi anche senza l’ausilio o l’intervento dell’uomo. San Paolo citando un salmo insegna che Dio “fa i suoi angeli come venti e i suoi ministri come fiamma di fuoco” (Eb 1, 7), il che significa che chiunque porta Dio nel vento e nel fuoco della sua opera è ipso facto angelo e messo celeste.

 

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