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Archivio mensile:maggio 2012

Graecia capta ferum victorem non cepit

Aristotele ha insegnato che la famiglia è il fondamento giuridico dello stato (polis), e non lo stato il fondamento legale della famiglia. Anzi la famiglia è definita dallo Stagirita come casa (oikos), che non è come nella teoria economica moderna un bene accessorio e quindi tassabile bensì un carapace organico dell’uomo, nonchè il luogo dove vige l’oikonomia, che sta a quella come le leggi fisiche stanno alla natura. Se ne deduce che la famiglia è anche il fondamento economico dello stato, non viceversa. La lezione del filosofo greco ha illuminato e guidato la civiltà occidentale per quasi due millenni, e la sua obliterazione è stata la fonte di ogni aberrazione nazionalista e socialista di cui abbiamo memoria. La stessa Unione Europea nel vincolo della moneta unica è stata il prodotto di un paralogismo quantomai funesto, quello per cui si è presupposta una “famiglia europea” di fatto inesistente come fondamento primo e ragion sufficiente dell’Europa unificanda, il che spiega anche l’espunzione delle radici cristiane dalla sua costituzione, giacchè sarebbero assurte a fondamento del fondamento e il motore immobile sarebbe stato mosso. Ora la Grecia è di fronte a un bivio, ovvero recuperare l’insegnamento del “maestro di color che sanno” e ristabilire l’ordine naturale delle cose oppure accettare la resa incondizionata proposta dagli eurocrati, con tutte le conseguenze del caso. Il fatto però che quegli stessi eurocrati dicano che il destino dell’euro non è legato al destino della Grecia è indicativo del loro cupio dissolvi, Alessandro Magno grecizzò l’Oriente e Roma dopo aver conquistato la Grecia divenne greca perchè vide che essa era il compimento della civiltà, noi invece abbiamo voluto europeizzare la Grecia col nostro nichilismo imperiale ma tutto ciò che ne abbiamo ricavato è stato di affrettare la nostra disfatta, come re Serse. Merkel, Barroso, Schulz e ogni altro ducetto di Bruxelles dovrebbe andare a leggersi “I persiani” di Eschilo e iniziare a tremare.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 23/05/12)

 
 

Un bilancio impolitico delle amministrative

Checché ne dica Napolitano la novità delle amministrative è stato Grillo, non per le sue poche vittorie ma per le sue rilevanti percentuali affluenti dai bacini elettorali di destra e di sinistra, che senza il differenziale di Berlusconi sono considerate omologhe nell’apparato organico di governo. La sinistra riesce comunque a spuntarla nell’agone aritmetico perché il suo elettorato è per storia e per cultura legato dalla fedeltà al partito, non a un capo carismatico, e perciò si trova avvantaggiata in tempi di bonaccia profetica, quando nessuna voce autorevole si leva ad accendere le passioni degli uomini; per questo perfino il “vaffa” di Grillo pare un tuono del cielo rispetto alla logorrea dialettica dei burocrati di partito. La destra invece, da poco orfana di un principe attorno al quale era spiritualmente -oltre che politicamente- organizzata e coesa, si ritrova spaesata ad ascoltare le direttive di un segretario poco attraente e ancor meno persuasivo: Alfano è un buon amministratore ma un pessimo successore della gloria berlusconiana. L’alleanza con Monti l’ha reso poi inviso a quanti deprecano l’operato del preside, situazione palliata a sinistra mediante la retorica comunista o giustizialista (a Genova trionfa Vendola e a Palermo Di Pietro) ma insanabile a destra per via dell’infamia storica e ideologica che la vuole madre dei peggiori tiranni. Quanto a Fini, la sua disfatta è stata comica, il tonfo maldestro di una formica sull’asfalto che lascia il silenzio come unica traccia, il gallo non è arrivato nemmeno alla seconda cantata e il furbo Casini ha già rinnegato l’amico camerata, ridotto a contare i giorni restatigli da presidente e i cimeli fascisti rimastigli da reclamare. Come in Grecia anche in Italia l’imperialismo europeo sta ripolarizzando il popolo negli opposti estremismi del secolo scorso, compagini di lotta e non di governo ricombinate in posizioni politiche difformi (Grillo incanala i voti persi dalla Lega), perché come è stato detto da un acuto pensatore la democrazia eccita gli ideali più nobili e le passioni più basse dell’uomo (Gomez Davila).

 
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Pubblicato da su 10 maggio 2012 in Attualità, Politica

 

Una postilla alla linea di Giuliano Ferrara

La glossa mediatica ci ha abituati a fare di eventi tragici ed eccezionali una media statistica, ma la statistica come notava Trilussa è astrazione falsificante, per questo motivo nemmeno la notizia più triste sembra ormai scuoterci dal torpore della mediocritas quotidiana. Di questo si è accorto anche quello scellerato sequestratore lombardo, che per comporre la rapsodia della propria miseria ha capito di dover ricorrere al gesto criminale, unico attrattore d’interesse di un pubblico tanatofobo e tanatofilo, perennemente alimentato dalle deiezioni di avvoltoi mediatici. Dei suicidi che con sgomento sentiamo accadere ogni giorno non si può tacere per imperturbabilità stoica, nè li si può rubricare alla voce della tragedia privata, chè qui si tratta di un male eminentemente politico che se non si vorrà in qualche modo arginare estenderà le sue metastasi all’intera civitas italica, che nella sua cultura e nel suo culto aveva espunto il suicidio dal canone delle virtù pubbliche e ora lo sta lentamente reintroducendo per debolezza economica e politica. Come ha scritto in extremis quell’imprenditore campano solo ieri suicida: “la dignità vale più della vita”. Questo stoicismo di ritorno, che vede nell’oblazione volontaria del corpo l’unica via di salvezza per l’anima, ridotta quest’ultima alla prosopopea della dignità, risulta certamente insopportabile alla nostra cultura, intrisa di cristianesimo, ma corrisponde invece alla voce della natura, che non ammette debolezze di sorta nel continuum riproduttivo. Per questo la razionalità naturale non è un rimedio ma un coefficiente del male, perchè è proprio essa a indicare in automatico la via d’uscita della schioppettata o dello svenamento, come per l’Innominato nel suo tormento notturno o per Seneca nella sua serenità filosofica. Ci sovviene un dubbio: Monti è venuto per salvare l’Italia o per condannare gli italiani? Sappiamo che a Socrate la democrazia impose il suicidio, essa infatti per ipocrisia statuale è incapace di uccidere.

 
 

“La legge obbligava a quello che non dava, la grazia dà quello a cui ci obbliga” (Pascal)

Giuliano Ferrara ha un bel dire che contro la crisi bisogna essere razionali e che resistere con le armi al fisco non è da eroi, è nobile l’appello dei filosofi a ricorrere alle virtù etiche e dianoetiche in risposta ai nostri persecutori o aguzzini, come Socrate incarcerato insegna ai suoi discepoli, ma non tiene conto della natura storpiata degli uomini, i quali non tanto per ignoranza del bene quanto per impotenza metafisica a perseguirlo si ritrovano ad assecondare il naturale istinto di sopravvivenza. Lo stesso Ferrara che mesi fa rimproverò al moralista Eco di non capire Kant, laddove costui parla del legno storto dell’umanità, capirà cosa intendo. La ragione giunta per gradi a descrivere la perfezione del bene morale alla fine si arresta, può persino dimostrarne la necessità universale ma non persuaderne la libertà individuale, per questo si risolve solitamente a imporlo compiendo il salto logico dell’imperativo categorico o quello politico dello Stato etico. L’istinto, a differenza dell’intelligenza che è un dono degli Dei, è una dotazione universale della natura ai viventi per preservare se stessa: come anche l’animale più timido e spaurito stretto all’angolo dai predatori rivela una forza e un’agilità fuori dalla norma, così anche l’uomo più mite messo alle corde da nemici o esattori strozzini rivela una furia di cui non si sospettava capace, poco cambia che la rivolga contro se stesso o contro 15 malcapitati. Tali reazioni non sono crisi psicotiche ma costanti naturali della casistica comportamentale, contro le quali è vano e assurdo lanciare invettive o scaricare l’estintore della ragione dialettica, come sarebbe vano e assurdo cercare di sedare un temporale con la parola. Tale potere è concesso solo ai maghi, che alla maniera di Prospero sanno come sottomettere gli spiriti dell’aria ai propri voleri, oppure a Dio stesso, come hanno visto i discepoli increduli sulla barca (cfr. Mc 4, 35-41), ma è negato ai filosofi e ai sapienti, per quanto saggi e intelligenti.

 
 

Per me la corazzata Kotiomkin è una….!

Come da programma anche quest’anno ci è toccata la sindacale punizione del concerto del 1° maggio, che come quella fantozziana della corazzata Kotiokmin rappresenta la tortura culturale di partito, alla quale nessuno sfugge, tutti applaudono fintamente interessati per timore di pubblica fustigazione e solo qualche isolata voce fuori dal coro osa una tantum alzarsi e dire quello che tutti segretamente pensano: è una boiata pazzesca! Il paradosso di festeggiare i lavoratori proprio nel tempo in cui essi sono più sviliti dalla competizione economica globale e dal progresso tecnoscientifico rende conto da una parte dell’anacronismo delle categorie storiche e culturali della sinistra, motivo anche della sua inettitudine politica in tempi di governo, dall’altra dell’astuta ipocrisia che il comunismo ha sempre coltivato nel vezzeggiare i suoi schiavi e farli credere liberi nella partecipazione attiva alla lotta armata di classe, sia l’arma il fucile o la chitarra è indifferente. Infine, paradosso nel paradosso, lo sperpero di denaro pubblico per infrastrutture e forze dell’ordine che tale concerto da un ventennio comporta, denaro prelevato per via fiscale a tutti i lavoratori per l’intrattenimento di pochi, lusso da tardo impero che la marea montante della crisi e della conseguente rastrellata fiscale avrebbe dovuto spazzare via insieme al posto fisso, all’art. 18, alle pensioni, alle Olimpiadi, tutti residuati di un’età del boom economico ormai sorpassata, ma comunque ben più cari e importanti di una versione sindacalistica di Sanremo, dal cui palco fra l’altro protervi predicatori già insultarono Cristo e il Papa. Sequestrare la festa di San Giuseppe, patrono dei lavoratori, per trasformarla in festa dei lavoratori, che di per sé nient’altro sono che poveri uomini condannati a tirare in circolo la mola assegnatagli, è stata un’astuzia della secolarizzazione politica che forse l’attuale crisi del lavoro vendicherà, riportandola alla sua radice sacra.

 
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Pubblicato da su 1 maggio 2012 in Attualità, Economia, Politica