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L’invasione (finanziaria) d’Ungheria

La polemica dell’Unione Europea sul caso ungherese è falsa e pretestuosa, come lo è stata quella più sottile e malcelata nel ghigno di Merkel e Sarkozy contro Berlusconi. A quest’ultimo hanno sostituito un Pilato del fisco, umile proconsole nel vasto impero finanziaro e dittatore intransigente nella sua provincia italica, e ora gli stessi funzionari di Bruxelles fingono di preoccuparsi della svolta autoritaria dell’Ungheria, mentre ciò che davvero gli toglie il sonno è la pericolosa indipendenza dell’economia ungherese dalla BCE sotto la guida di un principe autarchico. Cosa può succedere infatti se l’Ungheria si rifiuta di pagare il debito contratto con l’Europa e procede per la sua strada? Si aprono due possibili vie: o l’Ungheria fallisce e allora non sarà del tutto più in grado di saldare quel debito, a danno dei suoi creditori strozzini, oppure la sua economia rifiorisce e con essa la vita del popolo magiaro, e allora tutti fiuteranno l’inganno dell’eurocrazia e si accoderanno subito agli ungheresi per abbandonare il Titanic eurofinanziario, e di conseguenza l’euro in quanto misura e veicolo del suo naufragio. Viktor Orban con tutta la sua guerriera fierezza di razza e di nazione ha portato l’UE davanti al suo definitivo banco di prova, per questo siamo tutti legati a doppio filo al destino dell’Ungheria, che smaschererà forse la malizia dei nuovi nemici come ha smascherato a suo tempo (1956!) quella dei vecchi, i comunisti oggi divenuti tutti devoti sacerdoti e solerti scribi del capitalismo selvaggio. La finanza è l’arte del ricatto incruento, e come potranno le cancellerie massoniche impedire al principe ungherese di reintrodurre Dio nella costituzione e il cristianesimo nella vita del popolo se egli taglia loro i mezzi per controllarlo, ovvero si svincola dal loro ricatto finanziario eufemisticamente chiamato “aiuto”? Attenti a voi! La corona del santo re Stefano recinta i confini di questa nazione, chi la insidia conosca dunque il rischio che corre.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica, Storia

 

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“E’ lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?” (Lc 20, 22)

Ai farisei che con malizia chiedevano a Gesù se fosse giusto pagare il tributo a Cesare, Egli chiede di rimando di chi è l’immagine impressa su ciascun denario. La moneta è il mezzo concesso da una potestas politica al suo popolo per acquisire beni in modo giusto, ovvero attribuendo a ciascuno il suo e non recando danno a nessuno, cosa impossibile da determinare in un sistema di baratto; la legittimità di un commercio è garantita solo dall’autorità politica a cui è associato il mezzo del commercio stesso, ogni compratore e ogni venditore al mercato possono essere sicuri che il denaro scambiato corrisponda realmente a un bene reale, e non sia solo carta straccia o metallo rugginoso, solamente in forza di quella potestas garante che non solo ha stampato quel denaro (anche i falsari stampano il loro denaro ma non se ne possono fare garanti, in questo stà il loro peccato) ma che gli ha anche dato un valore reale al fine di commercio in tutte le contrade su cui essa si estende. Essendo dunque una sua concessione originaria, lo stato tiene per sè il diritto di chiedere indietro al popolo parte di questo denaro come obolo per le sue spese, che a loro volta dovrebbero servire al bene dei cittadini. Nel nostro caso però avviene un corto circuito singolare, perchè la moneta con cui noi quotidianamente commerciamo non è stata stampata dalla potestas nazionale che ufficialmente la incassa bensì da una potestas sovranazionale e invisibile, peraltro politicamente infondata, l’Euro è una moneta straniera il cui Cesare senza volto resta la BCE (non l’Unione Europea), per questo oggi Monti e dietro di lui Merkel possono permettersi di dissanguare i cittadini del Sud Europa sull’altare del debito, che è per l’appunto un debito congenito alla stessa moneta con cui lo ripaghiamo. Ha ragione Bossi, l’unico modo per sfuggire a questa spirale infernale, che ormai avviata difficilmente potrà arrestarsi, è ricorrere alla secessione, a patto che questa implichi un’indipendenza dall’Euro.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, il 07/12/11)

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica

 

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Le 120 giornate di Sodoma

A Strasburgo i nostri rappresentanti hanno approvato a maggioranza quasi assoluta una risoluzione che riconosce agli omosessuali, fra le altre cose, il “diritto alla famiglia”. Abbiamo così avuto certificazione, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la lezione magistrale del Papa al Bundestag è stata un’ennesima perla gettata ai porci che si ingozzano ad ogni trogolo parlamentare: il diritto positivo è fondato su un paralogismo e come tale è fonte vivace di paradossi, spinto al suo estremo non si limita più soltanto a consentire l’innaturale ma pretende anche di ratificare  l’impossibile. Questo del parlamento europeo è un paradigmatico esempio di potere esercitato separatamente dalla giustizia: se la natura ha concesso la generazione solo fra un maschio e una femmina non si comprende in che modo si possa estendere tale diritto anche a due maschi o a due femmine se non prima spogliandone i suoi detentori originari, la cui complementarietà sessuale e genetica diverrebbe dunque funzionale alle pretese degli omosessuali. In tal senso ben si coniugano queste pretese, che sono in sostanza l’accesso all’istituzione matrimoniale (e alle sue prerogative economiche) e l’adozione di bambini, con l’impotentia generandi che flagella le coppie occidentali, le quali possono così trovare uno sfogo sensato alla fregola e magari un profitto extra-lavorativo nel produrre figli per altri. Il diritto, preso in quest’accezione, diviene l’arte fraudolenta di aggirare i decreti immutabili della natura, delegando alle propaggini mefistofeliche della tecnica il compito di realizzare i sortilegi promessi dal patto faustiano stretto da un popolo con i suoi governanti, i quali dovranno quindi assicurare non solo figli ai sodomiti ma anche metamorfosi transessuali, elisir d’eterna giovinezza, pozioni infanticide, vite di durata biblica e qualsiasi altro parto mostruoso della fantasia il cui costo si possa scaricare sull’assistenza sanitaria. Quando i diritti umani oltrepassano i diritti naturali divengono diritti divini, e questi agli uomini non sono concessi.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 29/09/11)

 
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Pubblicato da su 29 settembre 2011 in Attualità, Diritto, Filosofia, Politica, Scienza

 

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