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Le ubbie ragionevoli di Cartesio

La filosofia moderna inizia con un’indagine inquisitoria sulla capacità veritativa dei sensi, Cartesio è l’iniziatore di questo metodo che per eterogenesi dei fini concluderà col negare l’esistenza di una verità tout court, la forza del pensiero critico è solo di segno negativo, non positivo, e pertanto viene a coincidere con la miseria del pensiero debole. Per comprendere il ragionamento cartesiano bisogna intendere in che senso i sensi devono essere inquisiti: rilevare la fallibilità dei sensi non significa infatti destituirli dell’evidenza, una sensazione fallace è tale rispetto alla ragione che la analizza e non rispetto al senso che la riceve, Don Chisciotte vede nel mulino un gigante e Sancho Panza può dubitare della sanità mentale del suo padrone ma non della sua visione del gigante, chè altrimenti dovrebbe crederlo bugiardo e non folle. Il vero e il falso sono categorie logiche e non ontologiche, appartengono alla ragione e non al senso, al quale invece ciò che appare non è mai errore o illusione per la semplice ragione che appare, il ragionamento di Cartesio verte pertanto sulla fallibilità della ragione e non su quella dei sensi, i quali ridanno sempre l’essere e mai il non-essere delle cose. La ragione sopravveniente ai sensi separa invece classi di fenomeni secondo un criterio di verosimiglianza, non è verosimile che la prospettiva di un dipinto sia cosa reale ma è verosimile piuttosto che sia un’illusione, in tal modo il pregiudizio realistico rinserra la realtà entro lo hortus conclusus della memoria individuale e della scienza conosciuta prevenendo la caduta nella follia. Il virus socratico presente nella cultura occidentale ha permesso che il domandare che cosa è una tal cosa inficiasse anche l’evidenza che la tal cosa è, favorendo così un’epistemologia platonica invece che aristotelica e spianando la strada al nichilismo imperante. La scienza è una decodificazione della natura oltre le apparenze ma non contro le apparenze, la sensazione stessa è l’esito di movimenti complessi dell’unica sostanza fluido-ponderale di cui consiste l’universo, pertanto è rivelativa e non ingannevole, da ciò il fondamento metafisico dell’intelletto: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. L’errore, l’illusione, il miraggio sono tutte versioni apocrife della realtà, sicuramente non si integrano nel canone sinottico della ragione e dell’intelletto e riferiti alla causalità sono privi di senso ma trovano un loro significato nella sincronicità eventuale che è l’apparirci nel tempo del nostro destino.

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2011 in Filosofia

 

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