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Odi, sorella, come note al core / quelle nel vespro tinnule campane / empiono l’aria quasi di sonore / grida lontane? (G. Pascoli)

Un sacerdote cosentino ha deciso di far suonare le campane della sua chiesa a morto per ogni bambino abortito nell’ospedale locale. Cristo ha comandato agli apostoli di gridare i suoi insegnamenti dai tetti, se ogni parroco cattolico adottasse questa misura di testimonianza della verità, che è in questo caso la verità di un uomo assassinato, l’Europa intera risuonerebbe a intervalli brevissimi e regolari del funebre scampanio che chiama in giudizio il nostro peccato. Il senso del peccato muore perchè nessuno ricorda agli uomini cosa è peccato, per il moderno uomo irreligioso ogni atto nefando è alfine innocente, i preti stessi si ripiegano sulla pastorale dei comportamenti e rinunciano ad ammaestrare le nazioni e ad insegnare loro l’osservazione di quanto comandato dal Maestro, contravvenendo così esplicitamente alla loro missione (cfr. Mt 28, 19-20). Le campane delle nostre chiese sono le stesse che hanno salvato ogni dottor Faust e ogni Innominato dalla notte oscura della loro disperazione, chissà che in qualche angolo ignoto della terra possano anche far tramontare in qualcuno il sole freddo della superbia e indurgli il rossore vespertino della vergogna, anticamera del pentimento.

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2011 in Attualità, Cristianesimo, Filosofia

 

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Il Sacco di Roma

Ogni invasione di Roma segna l’ingresso della civiltà in un tempo apocalittico, così è accaduto col Sacco di Alarico, con Porta Pia, con la Marcia fascista e così accadrà -forse- anche con l’orda degli indignados. Gli antichi conoscevano l’inviolabilità sacrale dell’Urbe e per questo ricordavano come intervento pressochè divino lo starnazzamento delle oche del Campidoglio, sacre a Giunone, che salvarono la capitale dall’invasione dei Galli. Oggi l’eclissi del sacro ci spinge a ripiegarci sui numeri impietosi della devastazione, la conta dei danni è oggi l’unica numerologia che interessa alla penna monumentale degli storici, surrogata in prima battuta da quella effimera dei giornalisti. Gli ideali degli uomini sorgono e tramontano, la violenza di Caino invece è imperitura, per questo l’unica analogia di questo infausto 15 ottobre con gli episodi degli anni ’70 sono le vetrine infrante, i poliziotti feriti e le statue della Vergine profanate. Il tramonto delle ideologie ha infatti comportato la spoliazione del peccato dal suo travestimento angelico, oggi il Nemico può già iniziare a presentarsi col suo vero volto senza più bisogno di rifarsi a scusanti ragionevoli o a filiazioni partitiche e -cosa ancor più grave- senza più timore di trovare ostacoli od oppositori consistenti davanti a sè; anche i buoni pretesti della manifestazione sono stati smessi a pochi minuti dal suo inizio, cosicchè abbiam potuto vedere uno scorcio di Inferno già su questa terra. Ciò che però si richiede a uno Stato, secondo il patto hobbesiano, è che eserciti pienamente la sua forza per conservare la vita dei suoi cittadini, nella quale sono compresi anche i loro beni, in caso contrario il patto è ipso facto decaduto e lo Stato cessa di essere legittimo. Ora, se è vero, come dicono, che è stato ordinato agli agenti di non reagire ma soltanto di resistere all’orda dei manifestanti, al fine di evitare “il morto”, ci viene da chiederci: a che scopo lo Stato continua ad esistere?

 
 

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