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Archivi tag: 2011

Il Sacco di Roma

Ogni invasione di Roma segna l’ingresso della civiltà in un tempo apocalittico, così è accaduto col Sacco di Alarico, con Porta Pia, con la Marcia fascista e così accadrà -forse- anche con l’orda degli indignados. Gli antichi conoscevano l’inviolabilità sacrale dell’Urbe e per questo ricordavano come intervento pressochè divino lo starnazzamento delle oche del Campidoglio, sacre a Giunone, che salvarono la capitale dall’invasione dei Galli. Oggi l’eclissi del sacro ci spinge a ripiegarci sui numeri impietosi della devastazione, la conta dei danni è oggi l’unica numerologia che interessa alla penna monumentale degli storici, surrogata in prima battuta da quella effimera dei giornalisti. Gli ideali degli uomini sorgono e tramontano, la violenza di Caino invece è imperitura, per questo l’unica analogia di questo infausto 15 ottobre con gli episodi degli anni ’70 sono le vetrine infrante, i poliziotti feriti e le statue della Vergine profanate. Il tramonto delle ideologie ha infatti comportato la spoliazione del peccato dal suo travestimento angelico, oggi il Nemico può già iniziare a presentarsi col suo vero volto senza più bisogno di rifarsi a scusanti ragionevoli o a filiazioni partitiche e -cosa ancor più grave- senza più timore di trovare ostacoli od oppositori consistenti davanti a sè; anche i buoni pretesti della manifestazione sono stati smessi a pochi minuti dal suo inizio, cosicchè abbiam potuto vedere uno scorcio di Inferno già su questa terra. Ciò che però si richiede a uno Stato, secondo il patto hobbesiano, è che eserciti pienamente la sua forza per conservare la vita dei suoi cittadini, nella quale sono compresi anche i loro beni, in caso contrario il patto è ipso facto decaduto e lo Stato cessa di essere legittimo. Ora, se è vero, come dicono, che è stato ordinato agli agenti di non reagire ma soltanto di resistere all’orda dei manifestanti, al fine di evitare “il morto”, ci viene da chiederci: a che scopo lo Stato continua ad esistere?

 
 

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Signoria e servitù politica

“Quando non si fondano sulla lealtà verso una persona, i partiti politici sono congiure di brame oscene” (Nicolas Gomez Davila). Quanto aveva ragione l’Hidalgo colombiano! Prima con Fini e ora con Scajola abbiamo visto che ciò che muove le fluttuazioni di voti, di presenze e di correnti in parlamento è solo la fame di un potere che le iene della savana politica vanno a spiluccare dalle carcasse che il Cav. leonino ha prima procacciato e poi lasciato sulla sua strada. Berlusconi come tutti i grandi condottieri è circondato da cortigiani, da mercenari e da avventurieri sempre pronti a nutrirsi delle sue briciole, ma ciò che costituisce l’anomalia berlusconiana rispetto ai suoi avversari e anche ai suoi analoghi stranieri è la capacità innata di comporre attorno a sè schiere di accoliti che per sincera fedeltà sarebbero pronti a seguirlo anche in una nuova Termopili, posseduti non dal denaro o dal potere ma dalla sola convinzione dell’invincibilità del loro duce. Sbagliano e mentono quindi gli sgarzoncelli di sinistra quando accusano di servilismo politici come Bondi o giornalisti come Fede e Ferrara, in costoro traspare palesemente la nobile passione per un’idea intravista in un volto, non l’interesse di un tornaconto. Servili sono piuttosto coloro che servono solo fintantochè la sazietà tiene a bada la loro superbia, quando quest’ultima per qualche motivo esonda dagli argini sovvengono la congiura, la sedizione silente, il tradimento. Anche le coalizioni politiche sono costruzioni spirituali, laddove manca questo surplus di unione mistica, che presuppone sempre un rapporto bipolare fra un Signore e un Servo, vi sono solo aggregati casuali di cellule impazzite che il primo vento disperderà.

 
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Pubblicato da su 14 ottobre 2011 in Attualità, Filosofia, Politica

 

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L’occhio spirituale di Legione

A Gesù che incontra sulla sua strada due uomini indemoniati il loro spirito infernale gli domanda con stizza: “Che c’è fra me e te, Figlio di Dio? Sei venuto qua prima del tempo a tormentarci?” (Mt 8, 29). Allo stesso modo intorno a Benedetto XVI sembra scatenarsi il pandemonio ogni volta che si reca in viaggio in qualche paese europeo, folle di indemoniati travestiti da mostri oppure elegantemente incravattati creano il subbuglio per le strade, intorno ai parlamenti e davanti alle chiese, portando la lordura della profanazione e del sacrilegio oltre la soglia del male ordinario e razionalmente comprensibile. I sociologi e i diplomatici credono che tale fenomeno sia da ricondurre a un presunto deficit comunicativo di questo Papa, come se la gentilezza o la timidezza fossero ragioni sufficienti per provocare la follia altrui, mentre non capiscono che esso va ad onore di B-XVI come titolo di santità. I nemici di Ratzinger non sanno perchè la sua semplice visione li ripugna e li infiamma, adducono pretesti morali o ideali per colmare il vuoto di ragione fra l’emozione e l’azione, ma l’occhio dei loro diavoli custodi vede lo Spirito che sta oltre la cortina del corpo e dell’anima…dunque loro sì che sanno il perchè bisogna assolutamente istigare gli uomini contro questo Papa! Finchè la luce della santità non viene a turbare questo mondo gli uomini sotto il giogo del Maligno sono anche ben disposti a stringere concordati politici con le religioni, persino con la religione cristiana, e a tollerarne la presenza pubblica, ma non appena un raggio divino tocca il microcosmo invisibile del peccato tutti gli acari spirituali vanno nel panico e nel tentativo disperato di salvarsi spingono i loro ospitanti alla persecuzione contro i santi di Dio, dopodichè li precipitano nell’abisso del delirio scomposto, come quei demoni che scacciati da Gesù dentro a un branco di porci li condussero tutti a gettarsi a precipizio nel mare e a perire nell’acqua (cfr. Mt 8, 32). Col pretesto umanitario di condannare i crimini dei pedofili si giunge a ghermire la veste bianca di Pietro nella speranza di potersela un giorno giocare a dadi, gli stessi prelati tedeschi, accecati dalla luce di Lucifero, premono non per la purificazione della Chiesa (Reiningung), che passa dalla porta stretta della preghiera, del confessionale e degli atti penitenziali prescritti, bensì per la distruzione della Chiesa (Ueberwindung)…e ciò, pensano, per il suo stesso bene! Massima è qui la menzogna, e infatti riscuote massimo successo sia fra atei che fra credenti, i quali in virtù di questo abbandonano i Sacramenti. Il lupo dell’acre superbia entra in noi travestito da agnello della giusta indignazione, quando è scoperto di solito è troppo tardi e ha già mosso qualche scisma o eresia in seno alla Chiesa, la purezza originaria della dottrina e dei costumi religiosi è l’esca con cui anche un monaco serio come Lutero fu preso all’amo e diede inizio al dramma del protestantesimo, che è la tentazione di ogni epoca in cui i liquami del peccato ricoprono più vistosamente gli abiti talari, provocando scandalo nei fedeli. Davanti a ogni peccato di chierico, reale o presunto che sia, già sentiamo in noi una voce che con tono ragionevole chiede “riforma, riforma, riforma”…..ebbene, in quell’ora sappiamo cosa rispondergli: vade retro, Satana !

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2011 in Attualità, Cristianesimo, Teologia

 

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Le orecchie dell’asino collettivo

Impazza nella rete il video in cui Renzo Bossi muta “proseguire” in “proseguére”, nell’era di Internet, di Youtube e di Facebook il pubblico ludibrio è un rito pressochè quotidiano che a tutti gli asini riuniti in fori virtuali è concesso celebrare sopra all’errore di un altro asino. Ciò che sfugge al Trota, a Di Pietro e a tutti gli altri diplomati sgrammaticati è che la lingua non è una convenzione sociale ma uno statuto poetico, se essa fosse una convenzione allora l’errore grammaticale o quello sintattico potrebbero essere tollerati in nome dell’uso comune e del dialetto di riferimento del parlante; essa invece è una norma concepita sul Parnaso e consegnata dalle Pimplee ai mortali mediante profeti ispirati, che sono poi le glorie poetiche di una nazione: così l’italiano è la norma di Dante e di Manzoni, l’inglese quella di Shakespeare, il tedesco quella di Goethe e di Holderlin e così via. Una lingua perciò nasce come codice a cui la poesia ha donato carattere non divino ma sacro (inviolabile!), per questo motivo ha valore normativo, non descrittivo, e la deviazione dalla norma linguistica, come nel codice stradale, è ipso facto infrazione da riparare. Il problema è che per l’uomo moderno la poesia non ha carattere religioso ma è coagulo di sentimento e il sentimento non è sacro, nè tantomeno può render sacro un idioma. In una società dell’istruzione pubblica obbligatoria l’errore di uno è l’errore di tutti, il titolo di studio che dovrebbe render conto della comune conoscenza diviene invece il sigillo più certo della comune ignoranza, i parametri ufficiali (statali) per separare i colti dagli incolti e soprattutto gli intelligenti dai cretini sono annullati e rimangono vigenti solo quelli non scritti della rigida selezione all’interno di ambienti claustrali e intellettualmente aristocratici. Quando la città collassa si ripiega sul monastero e sul castello, che sono i due recinti per la salvezza di una civiltà. Si profila all’orizzonte della storia occidentale un nuovo Medioevo…Deo gratias!

 
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Pubblicato da su 10 settembre 2011 in Attualità, Lettere

 

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