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Uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà

Il video del manifestante No Tav che schernisce e insulta il carabiniere in armi, tentando di provocarne la reazione e poter così gridare alla violenza subita, è un ritratto morale della nazione per come essa è divisa non fra diverse tifoserie politiche ma fra differenti razze spirituali. Dopo la battaglia di Valle Giulia un intellettuale di sinistra come Pasolini scrisse una poesia in difesa dei poliziotti malmenati, veri figli dei poveri, contro la protervia dei figli di papà sessantottini, nuove leve del radicalismo utopista e violento. Oggi si ripete questa polarizzazione degli spiriti in blocchi contrapposti, tramontata l’ideologia comunista e fascista non rimane altro che la miseria dell’ecologia ad attrarre i giovani borghesi, frutti marci del progresso e anime piene di vizi, verso uno sfogo giustificato della loro violenza endemica. La cultura dei diritti separata da quella dei doveri è un veleno per le anime nascenti, che imparano così a pensare ogni cosa come dovuta e di conseguenza si schiantano sullo scoglio di ogni divieto e di ogni diniego, naufragio della loro volontà di potenza e dunque pretesto scatenante della loro follia esplosiva o implosiva. Il teppismo politicamente corretto sancisce inoltre il fallimento della scuola pubblica obbligatoria, che in nome del progresso e della modernità ha abbandonato ogni residuo di codice militare, pietra lidia della pedagogia, in favore di protocolli didattici capaci non di educare ma casomai di corrompere una generazione. A quanto pare un uomo può imparare più in un anno da militare che in dieci anni da studente, quello che a noi pare lo stoicismo di un uomo saggio davanti alla stupidità di un quaquaraquà è in realtà l’obbedienza del milite all’ordine del suo superiore, che vale più della sua rabbia per le offese ricevute: ubi maior minor cessat. Ma noi siamo passati dal riconoscere caricature infernali di autorità (i vari ducioni) al non riconoscere autorità alcuna, che è premessa della peggior schiavitù.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 01/03/2012)

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in Attualità, Filosofia, Politica

 

Il pifferaio di Hamelin

E’ universalmente riconosciuto che la Germania sia un paradigma di efficienza, e questo la accomuna senza dubbio al Giappone con cui non per caso si è alleata nell’ultima Guerra. L’efficienza però è un criterio squisitamente tecnico, connesso alla produzione e alla filiera, non un criterio politico, in quanto non ha a che fare con la vita dei popoli ma solo con l’economia delle nazioni: le nazioni più ricche non sono anche le più felici o le più libere, questo perchè l’arte del buongoverno sottintende una scienza alchemica della ricchezza ben più complessa di quella canonica insegnata nelle facoltà di economia e durante l’apprendistato presso gli istituti di credito, che data la situazione storica attuale dovremmo più realisticamente ribattezzare “istituti di debito” a futura memoria delle generazioni. I greci e dietro di loro gli italiani stanno dolorosamente scontando gli amari frutti di un’epoca che seguendo il pifferaio germanico ha trasferito il criterio adattativo-darwiniano dalla razza alla finanza, per cui non i popoli geneticamente più deboli ma quelli economicamente più fragili sarebbero indegni di mantenere una propria identità nazionale e di conseguenza anche uno stile di vita congruo al proprio carattere storico e geografico. Da qui la tassazione selvaggia e indiscriminata, i tagli alla spesa pubblica, la retorica protestante della sobrietà, l’invettiva contro l’evasione fiscale come Grande Meretrice della Babilonia europea, l’esaltazione del lavoro come dimensione esistenziale e precaria da cui solo la morte ci potrà liberare. Eppure non ci voleva un genio a capire che nella conformazione delle nazioni a un unico regolo politico, pur considerate tutte le differenze e resistenze, si sarebbe determinata un’egemonia dell’economia più forte -e fin qui andrebbe anche bene- a discapito però delle più deboli, che mai nella loro storia recente avevano dovuto per sopravvivere confrontarsi con le parti in gioco in una gigantomachia camuffata da pacifica alleanza (UE).

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2012 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica

 

Dum Romae consulitur, Cortina expugnatur

In tempo di persecuzioni fiscali anche la rete è contagiata dal panico morale dell’evasore, ora la caccia si estende anche ai social network e ai blog dove la frustrazione epidemica dei tartassati, provvidamente purificata nel lavacro del moralismo cattolico e ovviamente giustificata dalle esortazioni parenetiche istituzionali, si può finalmente trasmutare in lotta di rivalsa contro chi per scaltrezza personale o fortuna professionale riesce a fuggire lo Stato esattore, lo stigma della delazione assurge nel superforo virtuale ad atto lodevole e doveroso. Divide et impera, questa è l’astuzia dei tiranni che mettendo in un popolo gli uni contro gli altri si assicurano il potere, mentre lo Stato moderno si fonda con Hobbes per impedire il conflitto di tutti contro tutti, col governo dei finanzieri cattedrati lo stesso Stato si serve invece di tale conflitto per prosperare, unico fra tutti nell’equità formale ma irreale della miseria distribuita. Che la colpa della presente crisi e dell’ipertassazione attuale sia in toto o in gran parte degli evasori fiscali è un assunto indimostrabile secondo la moderna logica finanziaria, lo Stato non tassa perchè i cittadini evadono le sue imposte, ma al contrario i cittadini evadono perchè lo Stato tassa le loro entrate senza dare in cambio benefici commisurati al sacrificio compiuto, il che fa scattare la fuga dal penitenziario erariale per chi non è legato alla catena di un salario. Le nostre tasse sono gli spiccioli del caffè della grande finanza mondiale, elettrice di Monti e vera responsabile di questa crisi, ora si vogliono pagare pure le brioches di asburgica memoria sguinzagliando un’armata di pubblicani inquisitori e missi dominici con licenza morale di atterrire i restii a versare il consistente obolo del suddito. In tal modo Cortina e Portofino divengono nell’immaginario comune le roccaforti di un’oscura ingiustizia, da espugnarsi in ogni modo per acquietare l’ira della plebe, per la quale mal comune è mezzo gaudio.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica

 

L’invasione (finanziaria) d’Ungheria

La polemica dell’Unione Europea sul caso ungherese è falsa e pretestuosa, come lo è stata quella più sottile e malcelata nel ghigno di Merkel e Sarkozy contro Berlusconi. A quest’ultimo hanno sostituito un Pilato del fisco, umile proconsole nel vasto impero finanziaro e dittatore intransigente nella sua provincia italica, e ora gli stessi funzionari di Bruxelles fingono di preoccuparsi della svolta autoritaria dell’Ungheria, mentre ciò che davvero gli toglie il sonno è la pericolosa indipendenza dell’economia ungherese dalla BCE sotto la guida di un principe autarchico. Cosa può succedere infatti se l’Ungheria si rifiuta di pagare il debito contratto con l’Europa e procede per la sua strada? Si aprono due possibili vie: o l’Ungheria fallisce e allora non sarà del tutto più in grado di saldare quel debito, a danno dei suoi creditori strozzini, oppure la sua economia rifiorisce e con essa la vita del popolo magiaro, e allora tutti fiuteranno l’inganno dell’eurocrazia e si accoderanno subito agli ungheresi per abbandonare il Titanic eurofinanziario, e di conseguenza l’euro in quanto misura e veicolo del suo naufragio. Viktor Orban con tutta la sua guerriera fierezza di razza e di nazione ha portato l’UE davanti al suo definitivo banco di prova, per questo siamo tutti legati a doppio filo al destino dell’Ungheria, che smaschererà forse la malizia dei nuovi nemici come ha smascherato a suo tempo (1956!) quella dei vecchi, i comunisti oggi divenuti tutti devoti sacerdoti e solerti scribi del capitalismo selvaggio. La finanza è l’arte del ricatto incruento, e come potranno le cancellerie massoniche impedire al principe ungherese di reintrodurre Dio nella costituzione e il cristianesimo nella vita del popolo se egli taglia loro i mezzi per controllarlo, ovvero si svincola dal loro ricatto finanziario eufemisticamente chiamato “aiuto”? Attenti a voi! La corona del santo re Stefano recinta i confini di questa nazione, chi la insidia conosca dunque il rischio che corre.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica, Storia

 

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“Gli Dèi accecano coloro che vogliono perdere”

Apprendiamo che i primi nati d’Italia nel 2012 si chiamano Sofia, Linda e Takwa, la prima vietnamita, la seconda italiana e la terza tunisina. Questa proporzione è sufficiente a dare una chiara idea di come sarà l’Italia fra 20 o al massimo 25 anni, quando le generazioni ora nascenti saranno cresciute e si prepareranno giustamente a scalzare le generazioni mature che al loro tempo non hanno figliato, la natura non ammette vuoti e se un intero popolo rimane senza eredi sono altri a ereditare la sua terra. Già in altri tempi abbiamo subito la minaccia islamica e quella orientale-gnostica, ma non era mai capitato che la cultura occidentale arrivata al suo termine nichilistico sterilizzasse i ventri materni al punto da impedire un ricambio generazionale, che è tradizionalmente la via maestra per conservare e rinnovare eserciti, costumi e religione in una nazione. Il cristianesimo ha una propria potenza generativa che non dipende dalla fitness genetica dei suoi fedeli, semmai è sostenuta dalla fitness spirituale dei suoi martiri e santi ma dipende principalmente dalla Presenza cristica che lo anima, per cui non è la salvezza della Chiesa universale a esser messa in discussione bensì quella della civiltà che da oltre due millenni le si è alleata e ha prosperato al suo riparo fino a diventarle infine nemica. Rischiamo di estinguerci come vecchi dinosauri e intanto aiutiamo con parole e opere la sorte fatale, alla fine moriremo per mano dei nostri diritti umani e civili, idoli di carta per cui tanto irrazionalmente abbiamo lottato; ha ragione De Sade a descrivere l’uomo come l’unico animale perverso in natura, ovvero l’unico che mentre muore si affanna ad accellerare il processo facendosi del male. Linda, salvaci tu!

 

Napolitanodonosor

Napolitano si è fatto garante di un governo da lui stesso eletto, il che è il rovesciamento del nostro sistema repubblicano in cui è il governo eletto dal popolo a dover garantire per la legittimità ed autorevolezza del presidente della Repubblica. La questione è annosa: chi giudica un giudice? La risposta è: un altro giudice! Nel caso del presidente della Repubblica però non c’è un’altra carica paritetica che possa giudicarlo (ovvero misurarne l’operato politico sul regolo costituzionale), se non la presidenza del Consiglio, che però nel nostro caso è stata nominata dallo stesso Napolitano, come se l’imputato si fosse scelto il proprio giudice prima di avviarsi a processo. Ora se Monti dà la sua fiducia a Napolitano e Napolitano simmetricamente la ricambia si cade in un circolo vizioso, l’uno è emanazione dell’altro e nessuno dei due è perciò legittimato a governare nel nome del popolo italiano, che è stato depredato della propria sovranità e solo per narcosi culturale non ha ancora reagito con la stessa ira che invece i preti del radicalismo intellettuale e giornalistico gli avevano instillato contro Berlusconi, usato come capro espiatorio in un rituale immondo. Siamo una nazione schiava, ancora un poco e inizieremo a intonare il nostro “Va, pensiero” ricordando i fasti dell’era berlusconiana, che nel complesso della nostra storia degli ultimi 150 anni è stata realmente il male minore. Alla fine il Caimano non era poi così megalomane.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, il 21/12/11)

 
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Pubblicato da su 22 dicembre 2011 in Attualità, Diritto, Filosofia, Politica

 

Il sonno della ragione genera Monti

I comunisti, svegliati da Monti dal sonno antiberlusconiano, sono subito ricaduti nel sonno anticattolico, per cui la Chiesa e i suoi istituti di carità esenti (per ora) dall’ICI si preparano a essere nella vulgata mediatica il capro espiatorio del debito pubblico, come in epoca risorgimentale lo furono della debolezza del nuovo Stato unitario. Vogliamo iniziare a tassare anche l’elemosina adesso? Keynes diceva con tipico humor inglese che “saremmo capaci di spegnere il Sole e le stelle perchè non pagano un dividendo”, un motto satirico perfettamente applicabile allo spirito di questo governo di ottimati e anche ai suoi oppositori demagoghi a là Di Pietro o a là Camusso, che piangono specularmente all’ipocrita ministro Fornero sul proverbiale latte versato. La demagogia, come ha ricordato ieri Ferrara, è l’arte di sfruttare il pubblico malcontento per interessi privati, ideologici o lucrativi che siano. Ora mentre nulla si fa per recidere i tentacoli della piovra finanziaria avviluppata alla nostra patria, al contrario le ci si offre in pasto senza nemmeno combattere, si pretende al contempo di raggranellare gli spiccioli rimasti sul fondo del borsello andando a bussare alla porta di sagrestie e conventi per rendere equa la povertà. Ma quando infine saremo tutti ugualmente poveri, che è poi l’ideale comunista ripreso da questo governo sotto la dicitura di “equità”, chi farà la carità al povero? Da chi andremo? Allora malediremo Monti, Napolitano e la Goldman Sachs, e ci pentiremo di aver spinto Berlusconi alla ritirata con ogni mezzo lecito e illecito, ma a quel punto sarà troppo tardi. Solo un Dio ci può salvare.

 

“E’ lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?” (Lc 20, 22)

Ai farisei che con malizia chiedevano a Gesù se fosse giusto pagare il tributo a Cesare, Egli chiede di rimando di chi è l’immagine impressa su ciascun denario. La moneta è il mezzo concesso da una potestas politica al suo popolo per acquisire beni in modo giusto, ovvero attribuendo a ciascuno il suo e non recando danno a nessuno, cosa impossibile da determinare in un sistema di baratto; la legittimità di un commercio è garantita solo dall’autorità politica a cui è associato il mezzo del commercio stesso, ogni compratore e ogni venditore al mercato possono essere sicuri che il denaro scambiato corrisponda realmente a un bene reale, e non sia solo carta straccia o metallo rugginoso, solamente in forza di quella potestas garante che non solo ha stampato quel denaro (anche i falsari stampano il loro denaro ma non se ne possono fare garanti, in questo stà il loro peccato) ma che gli ha anche dato un valore reale al fine di commercio in tutte le contrade su cui essa si estende. Essendo dunque una sua concessione originaria, lo stato tiene per sè il diritto di chiedere indietro al popolo parte di questo denaro come obolo per le sue spese, che a loro volta dovrebbero servire al bene dei cittadini. Nel nostro caso però avviene un corto circuito singolare, perchè la moneta con cui noi quotidianamente commerciamo non è stata stampata dalla potestas nazionale che ufficialmente la incassa bensì da una potestas sovranazionale e invisibile, peraltro politicamente infondata, l’Euro è una moneta straniera il cui Cesare senza volto resta la BCE (non l’Unione Europea), per questo oggi Monti e dietro di lui Merkel possono permettersi di dissanguare i cittadini del Sud Europa sull’altare del debito, che è per l’appunto un debito congenito alla stessa moneta con cui lo ripaghiamo. Ha ragione Bossi, l’unico modo per sfuggire a questa spirale infernale, che ormai avviata difficilmente potrà arrestarsi, è ricorrere alla secessione, a patto che questa implichi un’indipendenza dall’Euro.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, il 07/12/11)

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica

 

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Nel paese degli Struldbrugs

Jonathan Swift ha immaginato una nazione di uomini immortali, condannati perciò a un invecchiamento infinito. Costoro dopo una certa età erano dichiarati legalmente morti, i loro beni passati ai loro eredi e i loro impieghi lavorativi terminati al fine di impedire il collasso della nazione e delle generazioni sotto al peso insostenibile di una gerontocrazia vampirica, che oggi noi chiameremmo casta. Dai classici abbiamo imparato che nessuno dovrebbe sopravvivere ai propri figli, oggi invece rischiamo di sopravvivere anche ai nostri nipoti se è vero che vivremo fino a 120 anni, l’incubo letterario di Swift tramutato nel sogno scientifico di Don Verzè per sottrarci al quale ci affidiamo all’eutanasia elvetica, che è in sostanza la riduzione della morte a procedura bancaria. Anche per la vita, così come per la politica, si coltiva nei più la convinzione che sia un problema tecnico alla cui risoluzione possono essere deputati dei professionisti titolati, mentre essa è un problema metafisico che nessun boia in camice può risolvere ma al contrario può solo confermare, puntualizzando l’impotenza dell’uomo nel momento stesso in cui ratifica la sua volontà suicida. Ma la banalità del nostro male è tale che anche la peggiore nefandezza risulta incontestabile nel foro e sacrosanta agli occhi dei gentili.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Attualità, Diritto, Filosofia, Scienza

 

O la borsa o la vita!

Mutatis mutandis l’Italia ha già conosciuto un momento storico di sudditanza alla Germania e il nostro dictator di allora Mussolini ha pagato quella “cessione di sovranità nazionale”, come la chiamerebbe il nostro dictator di oggi Monti, prima con la vita e poi con una damnatio memoriae perenne. Togliere il denaro è togliere la vita, per questo i ladri offrono una scelta paritaria alle loro vittime, il fatto che si sia passati dalla guerra ideologica alla guerra economica non tranquillizza dunque il popolo italiano, che oggi come allora si sente trascinato contro la propria volontà in un disastro di proporzioni colossali, al tempo aveva il nome di Tripolitania e di leggi razziali e ora ha il nome di Eurozona e di misure fiscali.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, il 30/11/11)

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Attualità, Economia, Politica, Storia