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Archivi categoria: Politica

“La legge obbligava a quello che non dava, la grazia dà quello a cui ci obbliga” (Pascal)

Giuliano Ferrara ha un bel dire che contro la crisi bisogna essere razionali e che resistere con le armi al fisco non è da eroi, è nobile l’appello dei filosofi a ricorrere alle virtù etiche e dianoetiche in risposta ai nostri persecutori o aguzzini, come Socrate incarcerato insegna ai suoi discepoli, ma non tiene conto della natura storpiata degli uomini, i quali non tanto per ignoranza del bene quanto per impotenza metafisica a perseguirlo si ritrovano ad assecondare il naturale istinto di sopravvivenza. Lo stesso Ferrara che mesi fa rimproverò al moralista Eco di non capire Kant, laddove costui parla del legno storto dell’umanità, capirà cosa intendo. La ragione giunta per gradi a descrivere la perfezione del bene morale alla fine si arresta, può persino dimostrarne la necessità universale ma non persuaderne la libertà individuale, per questo si risolve solitamente a imporlo compiendo il salto logico dell’imperativo categorico o quello politico dello Stato etico. L’istinto, a differenza dell’intelligenza che è un dono degli Dei, è una dotazione universale della natura ai viventi per preservare se stessa: come anche l’animale più timido e spaurito stretto all’angolo dai predatori rivela una forza e un’agilità fuori dalla norma, così anche l’uomo più mite messo alle corde da nemici o esattori strozzini rivela una furia di cui non si sospettava capace, poco cambia che la rivolga contro se stesso o contro 15 malcapitati. Tali reazioni non sono crisi psicotiche ma costanti naturali della casistica comportamentale, contro le quali è vano e assurdo lanciare invettive o scaricare l’estintore della ragione dialettica, come sarebbe vano e assurdo cercare di sedare un temporale con la parola. Tale potere è concesso solo ai maghi, che alla maniera di Prospero sanno come sottomettere gli spiriti dell’aria ai propri voleri, oppure a Dio stesso, come hanno visto i discepoli increduli sulla barca (cfr. Mc 4, 35-41), ma è negato ai filosofi e ai sapienti, per quanto saggi e intelligenti.

 
 

Per me la corazzata Kotiomkin è una….!

Come da programma anche quest’anno ci è toccata la sindacale punizione del concerto del 1° maggio, che come quella fantozziana della corazzata Kotiokmin rappresenta la tortura culturale di partito, alla quale nessuno sfugge, tutti applaudono fintamente interessati per timore di pubblica fustigazione e solo qualche isolata voce fuori dal coro osa una tantum alzarsi e dire quello che tutti segretamente pensano: è una boiata pazzesca! Il paradosso di festeggiare i lavoratori proprio nel tempo in cui essi sono più sviliti dalla competizione economica globale e dal progresso tecnoscientifico rende conto da una parte dell’anacronismo delle categorie storiche e culturali della sinistra, motivo anche della sua inettitudine politica in tempi di governo, dall’altra dell’astuta ipocrisia che il comunismo ha sempre coltivato nel vezzeggiare i suoi schiavi e farli credere liberi nella partecipazione attiva alla lotta armata di classe, sia l’arma il fucile o la chitarra è indifferente. Infine, paradosso nel paradosso, lo sperpero di denaro pubblico per infrastrutture e forze dell’ordine che tale concerto da un ventennio comporta, denaro prelevato per via fiscale a tutti i lavoratori per l’intrattenimento di pochi, lusso da tardo impero che la marea montante della crisi e della conseguente rastrellata fiscale avrebbe dovuto spazzare via insieme al posto fisso, all’art. 18, alle pensioni, alle Olimpiadi, tutti residuati di un’età del boom economico ormai sorpassata, ma comunque ben più cari e importanti di una versione sindacalistica di Sanremo, dal cui palco fra l’altro protervi predicatori già insultarono Cristo e il Papa. Sequestrare la festa di San Giuseppe, patrono dei lavoratori, per trasformarla in festa dei lavoratori, che di per sé nient’altro sono che poveri uomini condannati a tirare in circolo la mola assegnatagli, è stata un’astuzia della secolarizzazione politica che forse l’attuale crisi del lavoro vendicherà, riportandola alla sua radice sacra.

 
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Pubblicato da su 1 Maggio 2012 in Attualità, Economia, Politica

 

Una passione quaresimale

Una donna quasi ottuagenaria si è uccisa gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo l’ennesima riduzione della pensione. La miseria non è sostenibile secondo natura, se per un giovane può esser inevitabile pesare economicamente sulle spalle dei vecchi, per un vecchio è invece insopportabile gravare in qualsiasi modo sulle spalle dei giovani, l’istinto di conservazione della specie è generalmente più forte di quello di autoconservazione individuale e quando i due istinti entrano in conflitto per le circostanze dello spazio o del tempo, sovente l’uomo sceglie di morire piuttosto che sopravvivere vampirescamente ai suoi figli e nipoti. La cultura e la volontà di potenza possono talvolta stornare gli uomini dalla voce profonda dell’istinto, provocando così aberrazioni generazionali e delitti contro natura, ma se la mano della previdenza sociale improvvisamente cessa di elargire la sua elemosina e al contempo lo Stato affama fiscalmente il suo popolo, rivelando finalmente il suo volto tirannico, ecco che allora si reinnescano i meccanismi naturali di sopravvivenza della specie, che richiedono inesorabilmente il sacrificio della vita dei vecchi affinché possa fiorire quella dei giovani. Il problema qui è che non è la natura a chiedere sacrifici bensì un pantheon di dèi ignoti e impassibili che dai templi sereni della finanza osservano con distacco le sventure degli uomini, fingendo di compatirli attraverso i volti rugosi dei loro emissari politici ma di fatto ignorando i loro dolori e preghiere. Costoro sono come gli idoli di cui lamenta il Salmista: hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono. Attraverso la sua morte innocente Cristo ha certificato che il sacrificio non è divino ma satanico, e demoni perciò son coloro che lo richiedono o lo ispirano, santi invece coloro che vi si sottopongono con umiltà per la salvezza di molti. Il sangue è un liquido molto speciale, dice Mefistofele nel Faust, se versato mette in moto i canali invisibili della giustizia.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/04/2012)

 

Non licet esse christianos?

Proprio quando si credeva di averle sentite tutte veniamo a sapere che un’organizzazione di ricerca quotata come consulente speciale all’Onu ha proposto di eliminare la Divina Commedia dai programmi scolastici per via dei canti dove si offenderebbero ebrei, musulmani e omosessuali, o in alternativa di espungere dal testo i passi incriminati. Giungiamo così al compimento della dittatura del politicamente corretto, che è la categoria sotto cui si coagula l’ossequio idolatrico per i diritti dell’uomo a detrimento della verità, divenuta alla fine ancella dell’ideologia. La teoria illuministica del progresso, che prevede l’obliterazione dell’antico a favore del moderno, ha inficiato i canoni della cultura occidentale in modo da avviarla gradualmente al suo stadio terminale, anticamera della sua eutanasia da più parti invocata e favorita. Ora come estremo oltraggio si vuole portare anche Dante davanti al tribunale della ragione, quest’ultima fatta sdraiare nel letto procusteo della modernità, e insieme a Dante si presume il cristianesimo in toto se è vero che nella Commedia non è scritto nulla di scandaloso che non fosse già scritto nei Vangeli, in San Paolo o in San Tommaso. Abbiamo già espunto le radici cristiane dalla costituzione europea, vogliamo anche dichiarare fuorilegge il cristianesimo perchè discorde con le fisime e i vizi moderni? Giuliano l’Apostata aveva proibito ai cristiani di insegnare i classici, poiché ne insegnavano la propria lettura, ma siccome Dante è un autore difficilmente gestibile dai cantori dell’irenismo ateo (Benigni mentre spiega Dante rimane una figura comica) si preferirebbe cassarne del tutto l’insegnamento piuttosto che intervenire sugli insegnanti. Harold Bloom ha definito Dante e Shakespeare i due centri del canone letterario occidentale e ha profetizzato l’attacco multiculturalista ai due poeti: noi europei siamo orfani delle nostre glorie e come tanti piccoli Erostrato preferiamo dar fuoco ai templi antichi piuttosto che edificarne di nuovi.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 14/03/12)

 

A.A.A. capro espiatorio cercasi

Lasciata la carica di presidente del Consiglio a Berlusconi è succeduto subito Monti, morto un Papa se ne fa un altro, ma insieme con tale carica ha lasciato anche il ruolo di capro espiatorio nazionale, che rimane tuttora vacante in quanto non è un titolo politico bensì metafisico: quel che si dice che la politica è un teatro è vero ma nel senso che i suoi protagonisti sono sempre o tragici o comici -tertium non datur- e Berlusconi era indiscutibilmente tragico, perchè solo un tragico può condurre gli spettatori alla catarsi. Ora che il peso dei peccati di tutti non ha più larghe spalle su cui scaricarsi, chè Monti è per universale consenso avulso dalla dialettica della politica e quindi della colpa, le nostre croci sono diventate troppo pesanti da portare individualmente, per questo ci aggrappiamo più che volentieri a qualsiasi capitan Schettino o a qualunque evasore fiscale, figure simmetriche della nostra miseria gettate come zattere di salvezza nel mare in tempesta del nostro male occulto. “Dagli, dagli all’untore”, ma l’untore non si manifesta sulla scena del mondo, per questo persino la costruzione di un tunnel può diventare prezioso pretesto per immolarsi su una pira metallica dell’alta tensione o per chiamare la guerra sputando in faccia a un fiero soldato la propria piccolezza arrogante. In tempo di Quaresima sarebbe invece opportuno riscoprire il significato e la potenza del sacrificio di Cristo, che è Agnello di Dio ovvero capro espiatorio universale e definitivo degli uomini, e a chi partecipa di esso mediante il sacramento penitenziale è già stato tolto il suo peccato. Come fare? Lo ha spiegato il Papa su Twitter: segnare il percorso con preghiera, condivisione, silenzio e digiuno. Fra l’altro la Quaresima del professor Ratzinger è assai preferibile e assai meno dura della quaresima del professor Monti.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/03/2012)

 

Uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà

Il video del manifestante No Tav che schernisce e insulta il carabiniere in armi, tentando di provocarne la reazione e poter così gridare alla violenza subita, è un ritratto morale della nazione per come essa è divisa non fra diverse tifoserie politiche ma fra differenti razze spirituali. Dopo la battaglia di Valle Giulia un intellettuale di sinistra come Pasolini scrisse una poesia in difesa dei poliziotti malmenati, veri figli dei poveri, contro la protervia dei figli di papà sessantottini, nuove leve del radicalismo utopista e violento. Oggi si ripete questa polarizzazione degli spiriti in blocchi contrapposti, tramontata l’ideologia comunista e fascista non rimane altro che la miseria dell’ecologia ad attrarre i giovani borghesi, frutti marci del progresso e anime piene di vizi, verso uno sfogo giustificato della loro violenza endemica. La cultura dei diritti separata da quella dei doveri è un veleno per le anime nascenti, che imparano così a pensare ogni cosa come dovuta e di conseguenza si schiantano sullo scoglio di ogni divieto e di ogni diniego, naufragio della loro volontà di potenza e dunque pretesto scatenante della loro follia esplosiva o implosiva. Il teppismo politicamente corretto sancisce inoltre il fallimento della scuola pubblica obbligatoria, che in nome del progresso e della modernità ha abbandonato ogni residuo di codice militare, pietra lidia della pedagogia, in favore di protocolli didattici capaci non di educare ma casomai di corrompere una generazione. A quanto pare un uomo può imparare più in un anno da militare che in dieci anni da studente, quello che a noi pare lo stoicismo di un uomo saggio davanti alla stupidità di un quaquaraquà è in realtà l’obbedienza del milite all’ordine del suo superiore, che vale più della sua rabbia per le offese ricevute: ubi maior minor cessat. Ma noi siamo passati dal riconoscere caricature infernali di autorità (i vari ducioni) al non riconoscere autorità alcuna, che è premessa della peggior schiavitù.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 01/03/2012)

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in Attualità, Filosofia, Politica

 

Il pifferaio di Hamelin

E’ universalmente riconosciuto che la Germania sia un paradigma di efficienza, e questo la accomuna senza dubbio al Giappone con cui non per caso si è alleata nell’ultima Guerra. L’efficienza però è un criterio squisitamente tecnico, connesso alla produzione e alla filiera, non un criterio politico, in quanto non ha a che fare con la vita dei popoli ma solo con l’economia delle nazioni: le nazioni più ricche non sono anche le più felici o le più libere, questo perchè l’arte del buongoverno sottintende una scienza alchemica della ricchezza ben più complessa di quella canonica insegnata nelle facoltà di economia e durante l’apprendistato presso gli istituti di credito, che data la situazione storica attuale dovremmo più realisticamente ribattezzare “istituti di debito” a futura memoria delle generazioni. I greci e dietro di loro gli italiani stanno dolorosamente scontando gli amari frutti di un’epoca che seguendo il pifferaio germanico ha trasferito il criterio adattativo-darwiniano dalla razza alla finanza, per cui non i popoli geneticamente più deboli ma quelli economicamente più fragili sarebbero indegni di mantenere una propria identità nazionale e di conseguenza anche uno stile di vita congruo al proprio carattere storico e geografico. Da qui la tassazione selvaggia e indiscriminata, i tagli alla spesa pubblica, la retorica protestante della sobrietà, l’invettiva contro l’evasione fiscale come Grande Meretrice della Babilonia europea, l’esaltazione del lavoro come dimensione esistenziale e precaria da cui solo la morte ci potrà liberare. Eppure non ci voleva un genio a capire che nella conformazione delle nazioni a un unico regolo politico, pur considerate tutte le differenze e resistenze, si sarebbe determinata un’egemonia dell’economia più forte -e fin qui andrebbe anche bene- a discapito però delle più deboli, che mai nella loro storia recente avevano dovuto per sopravvivere confrontarsi con le parti in gioco in una gigantomachia camuffata da pacifica alleanza (UE).

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2012 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica

 

Dum Romae consulitur, Cortina expugnatur

In tempo di persecuzioni fiscali anche la rete è contagiata dal panico morale dell’evasore, ora la caccia si estende anche ai social network e ai blog dove la frustrazione epidemica dei tartassati, provvidamente purificata nel lavacro del moralismo cattolico e ovviamente giustificata dalle esortazioni parenetiche istituzionali, si può finalmente trasmutare in lotta di rivalsa contro chi per scaltrezza personale o fortuna professionale riesce a fuggire lo Stato esattore, lo stigma della delazione assurge nel superforo virtuale ad atto lodevole e doveroso. Divide et impera, questa è l’astuzia dei tiranni che mettendo in un popolo gli uni contro gli altri si assicurano il potere, mentre lo Stato moderno si fonda con Hobbes per impedire il conflitto di tutti contro tutti, col governo dei finanzieri cattedrati lo stesso Stato si serve invece di tale conflitto per prosperare, unico fra tutti nell’equità formale ma irreale della miseria distribuita. Che la colpa della presente crisi e dell’ipertassazione attuale sia in toto o in gran parte degli evasori fiscali è un assunto indimostrabile secondo la moderna logica finanziaria, lo Stato non tassa perchè i cittadini evadono le sue imposte, ma al contrario i cittadini evadono perchè lo Stato tassa le loro entrate senza dare in cambio benefici commisurati al sacrificio compiuto, il che fa scattare la fuga dal penitenziario erariale per chi non è legato alla catena di un salario. Le nostre tasse sono gli spiccioli del caffè della grande finanza mondiale, elettrice di Monti e vera responsabile di questa crisi, ora si vogliono pagare pure le brioches di asburgica memoria sguinzagliando un’armata di pubblicani inquisitori e missi dominici con licenza morale di atterrire i restii a versare il consistente obolo del suddito. In tal modo Cortina e Portofino divengono nell’immaginario comune le roccaforti di un’oscura ingiustizia, da espugnarsi in ogni modo per acquietare l’ira della plebe, per la quale mal comune è mezzo gaudio.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica

 

L’invasione (finanziaria) d’Ungheria

La polemica dell’Unione Europea sul caso ungherese è falsa e pretestuosa, come lo è stata quella più sottile e malcelata nel ghigno di Merkel e Sarkozy contro Berlusconi. A quest’ultimo hanno sostituito un Pilato del fisco, umile proconsole nel vasto impero finanziaro e dittatore intransigente nella sua provincia italica, e ora gli stessi funzionari di Bruxelles fingono di preoccuparsi della svolta autoritaria dell’Ungheria, mentre ciò che davvero gli toglie il sonno è la pericolosa indipendenza dell’economia ungherese dalla BCE sotto la guida di un principe autarchico. Cosa può succedere infatti se l’Ungheria si rifiuta di pagare il debito contratto con l’Europa e procede per la sua strada? Si aprono due possibili vie: o l’Ungheria fallisce e allora non sarà del tutto più in grado di saldare quel debito, a danno dei suoi creditori strozzini, oppure la sua economia rifiorisce e con essa la vita del popolo magiaro, e allora tutti fiuteranno l’inganno dell’eurocrazia e si accoderanno subito agli ungheresi per abbandonare il Titanic eurofinanziario, e di conseguenza l’euro in quanto misura e veicolo del suo naufragio. Viktor Orban con tutta la sua guerriera fierezza di razza e di nazione ha portato l’UE davanti al suo definitivo banco di prova, per questo siamo tutti legati a doppio filo al destino dell’Ungheria, che smaschererà forse la malizia dei nuovi nemici come ha smascherato a suo tempo (1956!) quella dei vecchi, i comunisti oggi divenuti tutti devoti sacerdoti e solerti scribi del capitalismo selvaggio. La finanza è l’arte del ricatto incruento, e come potranno le cancellerie massoniche impedire al principe ungherese di reintrodurre Dio nella costituzione e il cristianesimo nella vita del popolo se egli taglia loro i mezzi per controllarlo, ovvero si svincola dal loro ricatto finanziario eufemisticamente chiamato “aiuto”? Attenti a voi! La corona del santo re Stefano recinta i confini di questa nazione, chi la insidia conosca dunque il rischio che corre.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2012 in Attualità, Economia, Politica, Storia

 

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“Gli Dèi accecano coloro che vogliono perdere”

Apprendiamo che i primi nati d’Italia nel 2012 si chiamano Sofia, Linda e Takwa, la prima vietnamita, la seconda italiana e la terza tunisina. Questa proporzione è sufficiente a dare una chiara idea di come sarà l’Italia fra 20 o al massimo 25 anni, quando le generazioni ora nascenti saranno cresciute e si prepareranno giustamente a scalzare le generazioni mature che al loro tempo non hanno figliato, la natura non ammette vuoti e se un intero popolo rimane senza eredi sono altri a ereditare la sua terra. Già in altri tempi abbiamo subito la minaccia islamica e quella orientale-gnostica, ma non era mai capitato che la cultura occidentale arrivata al suo termine nichilistico sterilizzasse i ventri materni al punto da impedire un ricambio generazionale, che è tradizionalmente la via maestra per conservare e rinnovare eserciti, costumi e religione in una nazione. Il cristianesimo ha una propria potenza generativa che non dipende dalla fitness genetica dei suoi fedeli, semmai è sostenuta dalla fitness spirituale dei suoi martiri e santi ma dipende principalmente dalla Presenza cristica che lo anima, per cui non è la salvezza della Chiesa universale a esser messa in discussione bensì quella della civiltà che da oltre due millenni le si è alleata e ha prosperato al suo riparo fino a diventarle infine nemica. Rischiamo di estinguerci come vecchi dinosauri e intanto aiutiamo con parole e opere la sorte fatale, alla fine moriremo per mano dei nostri diritti umani e civili, idoli di carta per cui tanto irrazionalmente abbiamo lottato; ha ragione De Sade a descrivere l’uomo come l’unico animale perverso in natura, ovvero l’unico che mentre muore si affanna ad accellerare il processo facendosi del male. Linda, salvaci tu!