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Archivi categoria: Attualità

Una postilla alla linea di Giuliano Ferrara

La glossa mediatica ci ha abituati a fare di eventi tragici ed eccezionali una media statistica, ma la statistica come notava Trilussa è astrazione falsificante, per questo motivo nemmeno la notizia più triste sembra ormai scuoterci dal torpore della mediocritas quotidiana. Di questo si è accorto anche quello scellerato sequestratore lombardo, che per comporre la rapsodia della propria miseria ha capito di dover ricorrere al gesto criminale, unico attrattore d’interesse di un pubblico tanatofobo e tanatofilo, perennemente alimentato dalle deiezioni di avvoltoi mediatici. Dei suicidi che con sgomento sentiamo accadere ogni giorno non si può tacere per imperturbabilità stoica, nè li si può rubricare alla voce della tragedia privata, chè qui si tratta di un male eminentemente politico che se non si vorrà in qualche modo arginare estenderà le sue metastasi all’intera civitas italica, che nella sua cultura e nel suo culto aveva espunto il suicidio dal canone delle virtù pubbliche e ora lo sta lentamente reintroducendo per debolezza economica e politica. Come ha scritto in extremis quell’imprenditore campano solo ieri suicida: “la dignità vale più della vita”. Questo stoicismo di ritorno, che vede nell’oblazione volontaria del corpo l’unica via di salvezza per l’anima, ridotta quest’ultima alla prosopopea della dignità, risulta certamente insopportabile alla nostra cultura, intrisa di cristianesimo, ma corrisponde invece alla voce della natura, che non ammette debolezze di sorta nel continuum riproduttivo. Per questo la razionalità naturale non è un rimedio ma un coefficiente del male, perchè è proprio essa a indicare in automatico la via d’uscita della schioppettata o dello svenamento, come per l’Innominato nel suo tormento notturno o per Seneca nella sua serenità filosofica. Ci sovviene un dubbio: Monti è venuto per salvare l’Italia o per condannare gli italiani? Sappiamo che a Socrate la democrazia impose il suicidio, essa infatti per ipocrisia statuale è incapace di uccidere.

 
 

“La legge obbligava a quello che non dava, la grazia dà quello a cui ci obbliga” (Pascal)

Giuliano Ferrara ha un bel dire che contro la crisi bisogna essere razionali e che resistere con le armi al fisco non è da eroi, è nobile l’appello dei filosofi a ricorrere alle virtù etiche e dianoetiche in risposta ai nostri persecutori o aguzzini, come Socrate incarcerato insegna ai suoi discepoli, ma non tiene conto della natura storpiata degli uomini, i quali non tanto per ignoranza del bene quanto per impotenza metafisica a perseguirlo si ritrovano ad assecondare il naturale istinto di sopravvivenza. Lo stesso Ferrara che mesi fa rimproverò al moralista Eco di non capire Kant, laddove costui parla del legno storto dell’umanità, capirà cosa intendo. La ragione giunta per gradi a descrivere la perfezione del bene morale alla fine si arresta, può persino dimostrarne la necessità universale ma non persuaderne la libertà individuale, per questo si risolve solitamente a imporlo compiendo il salto logico dell’imperativo categorico o quello politico dello Stato etico. L’istinto, a differenza dell’intelligenza che è un dono degli Dei, è una dotazione universale della natura ai viventi per preservare se stessa: come anche l’animale più timido e spaurito stretto all’angolo dai predatori rivela una forza e un’agilità fuori dalla norma, così anche l’uomo più mite messo alle corde da nemici o esattori strozzini rivela una furia di cui non si sospettava capace, poco cambia che la rivolga contro se stesso o contro 15 malcapitati. Tali reazioni non sono crisi psicotiche ma costanti naturali della casistica comportamentale, contro le quali è vano e assurdo lanciare invettive o scaricare l’estintore della ragione dialettica, come sarebbe vano e assurdo cercare di sedare un temporale con la parola. Tale potere è concesso solo ai maghi, che alla maniera di Prospero sanno come sottomettere gli spiriti dell’aria ai propri voleri, oppure a Dio stesso, come hanno visto i discepoli increduli sulla barca (cfr. Mc 4, 35-41), ma è negato ai filosofi e ai sapienti, per quanto saggi e intelligenti.

 
 

Per me la corazzata Kotiomkin è una….!

Come da programma anche quest’anno ci è toccata la sindacale punizione del concerto del 1° maggio, che come quella fantozziana della corazzata Kotiokmin rappresenta la tortura culturale di partito, alla quale nessuno sfugge, tutti applaudono fintamente interessati per timore di pubblica fustigazione e solo qualche isolata voce fuori dal coro osa una tantum alzarsi e dire quello che tutti segretamente pensano: è una boiata pazzesca! Il paradosso di festeggiare i lavoratori proprio nel tempo in cui essi sono più sviliti dalla competizione economica globale e dal progresso tecnoscientifico rende conto da una parte dell’anacronismo delle categorie storiche e culturali della sinistra, motivo anche della sua inettitudine politica in tempi di governo, dall’altra dell’astuta ipocrisia che il comunismo ha sempre coltivato nel vezzeggiare i suoi schiavi e farli credere liberi nella partecipazione attiva alla lotta armata di classe, sia l’arma il fucile o la chitarra è indifferente. Infine, paradosso nel paradosso, lo sperpero di denaro pubblico per infrastrutture e forze dell’ordine che tale concerto da un ventennio comporta, denaro prelevato per via fiscale a tutti i lavoratori per l’intrattenimento di pochi, lusso da tardo impero che la marea montante della crisi e della conseguente rastrellata fiscale avrebbe dovuto spazzare via insieme al posto fisso, all’art. 18, alle pensioni, alle Olimpiadi, tutti residuati di un’età del boom economico ormai sorpassata, ma comunque ben più cari e importanti di una versione sindacalistica di Sanremo, dal cui palco fra l’altro protervi predicatori già insultarono Cristo e il Papa. Sequestrare la festa di San Giuseppe, patrono dei lavoratori, per trasformarla in festa dei lavoratori, che di per sé nient’altro sono che poveri uomini condannati a tirare in circolo la mola assegnatagli, è stata un’astuzia della secolarizzazione politica che forse l’attuale crisi del lavoro vendicherà, riportandola alla sua radice sacra.

 
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Pubblicato da su 1 Maggio 2012 in Attualità, Economia, Politica

 

Una passione quaresimale

Una donna quasi ottuagenaria si è uccisa gettandosi dal quarto piano della sua casa dopo l’ennesima riduzione della pensione. La miseria non è sostenibile secondo natura, se per un giovane può esser inevitabile pesare economicamente sulle spalle dei vecchi, per un vecchio è invece insopportabile gravare in qualsiasi modo sulle spalle dei giovani, l’istinto di conservazione della specie è generalmente più forte di quello di autoconservazione individuale e quando i due istinti entrano in conflitto per le circostanze dello spazio o del tempo, sovente l’uomo sceglie di morire piuttosto che sopravvivere vampirescamente ai suoi figli e nipoti. La cultura e la volontà di potenza possono talvolta stornare gli uomini dalla voce profonda dell’istinto, provocando così aberrazioni generazionali e delitti contro natura, ma se la mano della previdenza sociale improvvisamente cessa di elargire la sua elemosina e al contempo lo Stato affama fiscalmente il suo popolo, rivelando finalmente il suo volto tirannico, ecco che allora si reinnescano i meccanismi naturali di sopravvivenza della specie, che richiedono inesorabilmente il sacrificio della vita dei vecchi affinché possa fiorire quella dei giovani. Il problema qui è che non è la natura a chiedere sacrifici bensì un pantheon di dèi ignoti e impassibili che dai templi sereni della finanza osservano con distacco le sventure degli uomini, fingendo di compatirli attraverso i volti rugosi dei loro emissari politici ma di fatto ignorando i loro dolori e preghiere. Costoro sono come gli idoli di cui lamenta il Salmista: hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono. Attraverso la sua morte innocente Cristo ha certificato che il sacrificio non è divino ma satanico, e demoni perciò son coloro che lo richiedono o lo ispirano, santi invece coloro che vi si sottopongono con umiltà per la salvezza di molti. Il sangue è un liquido molto speciale, dice Mefistofele nel Faust, se versato mette in moto i canali invisibili della giustizia.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/04/2012)

 

La lupa dantesca

Un top manager di Goldman Sachs si è dimesso dalla sua carica, e le motivazioni addotte saranno per molti illuminanti: il banchiere racconta di un ambiente lavorativo “tossico e distruttivo” e rivela la freddezza con cui gli esimi colleghi si ingegnano ogni giorno a truffare i clienti. Dal mondo classico ci è stato tramandato che Mercurio è protettore al contempo dei mercanti e dei ladri, categorie cogeneri per sostanza dell’opera economica, e chi conosce il Vangelo sa che il principe di questo mondo è sempre disponibile a concedere il potere temporale su di esso a chiunque si prostri ad adorarlo, persino Cristo ne fu tentato. Non stupisce perciò udire in quale sorta di girone infernale operano e lavorano i novelli principini di questo mondo, che non sono più teste coronate gaudenti o fanatici rivoluzionari a cavallo bensì austeri guru della finanza globale. La defezione pubblica di uno rivela l’afflizione segreta di tutti: se nel foro della coscienza i mercanti conducono giornalmente la compravendita truffaldina dei debiti e delle altrui vite all’ingrosso, nella spelonca dell’inconscio invece il verme della colpa rode nottetempo il fegato dei ladri, che come quello del ladro Prometeo ricresce ogni mattina per la sua tortura eterna, secondo la giustizia di Giove. Gli alti compensi dei manager e dei grandi dirigenti di settore sono in tal senso gli oppiacei più efficaci per alleviare il dolore e obliare le colpe, il che però non significa cancellarle ma solo gettarle più in fondo nell’abisso da cui di nuovo comunque usciranno, torrenziali e dirompenti, quando il minimo soffio di vento spalancherà le porte degli inferi che in noi si affacciano. Così è accaduto a questo pubblicano americano, che non sopportando più la pena interiore ha strappato il velo di Maya della finanza e ha quindi esposto un minimum degli orrori satanici che vi si celano dietro. Essa è la lupa dantesca, “che di tutte brame/sembiava carca ne la sua magrezza,/e molte genti fe’ già viver grame”.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 15/03/12)

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2012 in Attualità, Economia, Filosofia

 

Non licet esse christianos?

Proprio quando si credeva di averle sentite tutte veniamo a sapere che un’organizzazione di ricerca quotata come consulente speciale all’Onu ha proposto di eliminare la Divina Commedia dai programmi scolastici per via dei canti dove si offenderebbero ebrei, musulmani e omosessuali, o in alternativa di espungere dal testo i passi incriminati. Giungiamo così al compimento della dittatura del politicamente corretto, che è la categoria sotto cui si coagula l’ossequio idolatrico per i diritti dell’uomo a detrimento della verità, divenuta alla fine ancella dell’ideologia. La teoria illuministica del progresso, che prevede l’obliterazione dell’antico a favore del moderno, ha inficiato i canoni della cultura occidentale in modo da avviarla gradualmente al suo stadio terminale, anticamera della sua eutanasia da più parti invocata e favorita. Ora come estremo oltraggio si vuole portare anche Dante davanti al tribunale della ragione, quest’ultima fatta sdraiare nel letto procusteo della modernità, e insieme a Dante si presume il cristianesimo in toto se è vero che nella Commedia non è scritto nulla di scandaloso che non fosse già scritto nei Vangeli, in San Paolo o in San Tommaso. Abbiamo già espunto le radici cristiane dalla costituzione europea, vogliamo anche dichiarare fuorilegge il cristianesimo perchè discorde con le fisime e i vizi moderni? Giuliano l’Apostata aveva proibito ai cristiani di insegnare i classici, poiché ne insegnavano la propria lettura, ma siccome Dante è un autore difficilmente gestibile dai cantori dell’irenismo ateo (Benigni mentre spiega Dante rimane una figura comica) si preferirebbe cassarne del tutto l’insegnamento piuttosto che intervenire sugli insegnanti. Harold Bloom ha definito Dante e Shakespeare i due centri del canone letterario occidentale e ha profetizzato l’attacco multiculturalista ai due poeti: noi europei siamo orfani delle nostre glorie e come tanti piccoli Erostrato preferiamo dar fuoco ai templi antichi piuttosto che edificarne di nuovi.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 14/03/12)

 

Com’è profondo il mare

La Chiesa celebra il funerale di un cristiano in suffragio della sua anima, e al contempo rende onore alla sua gloria mondana. Che cos’hanno i farisei dell’ateolaicismo contro tutto ciò? Non può Cristo fare delle Sue cose (i sacramenti) ciò che vuole? O forse sono invidiosi perchè Egli è buono? Nella parabola dei lavoratori della vigna quelli assoldati alle nove del mattino si lamentano presso il proprio padrone per l’uguaglianza di trattamento ricevuto rispetto a quelli assoldati alle cinque del pomeriggio, appellandosi ad una giustizia distributiva per così dire “meritocratica”, che è la stessa che Annunziata vorrebbe si applicasse in chiesa nei confronti dei peccatori, essi dimenticano che la giustizia di Dio è assoluta, di fronte a Dio nessuno può vantare credito perciò o essa è applicata secondo carità oppure rimane per tutti insostenibile. A un peccatore è concesso lo stesso funerale di un santo, la scrematura fra i due avviene nell’ordine dell’invisibile, quando il segreto dei cuori viene pienamente rivelato alla luce del Giudizio divino, ma proprio su questo interviene criticamente la religione comunista la cui opera è di trasducere tutto l’invisibile nel visibile, ovvero di risolvere tutto il privato nel pubblico ad uso e consumo dell’Occhio onniveggente dei media, simbolo luciferino dell’uomo divinizzato. Ciò che i sacerdoti di questo culto idolatrico hanno trovato di detestabile in Lucio Dalla non è la sua religiosità ma la sua umiltà, opposto simmetrico dell’orgoglio (pride) che i femminielli come Busi e Grillini ostentano pubblicamente per dissimulare la naturale vergogna di una deviazione. Il cosiddetto “outing” è una confessione senza contrizione, chiama l’applauso di un’arena e non l’assoluzione di un confessore, perciò non c’è da stupirsi che chi sceglie la via del confessionale cattolico invece di quella del confessionale mediatico venga vergato e deriso anche da morto. Com’è profondo il mare, cantava lui, ma quanto più profondo è il mistero della salvezza di ognuno.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 07/03/2012)

 

A.A.A. capro espiatorio cercasi

Lasciata la carica di presidente del Consiglio a Berlusconi è succeduto subito Monti, morto un Papa se ne fa un altro, ma insieme con tale carica ha lasciato anche il ruolo di capro espiatorio nazionale, che rimane tuttora vacante in quanto non è un titolo politico bensì metafisico: quel che si dice che la politica è un teatro è vero ma nel senso che i suoi protagonisti sono sempre o tragici o comici -tertium non datur- e Berlusconi era indiscutibilmente tragico, perchè solo un tragico può condurre gli spettatori alla catarsi. Ora che il peso dei peccati di tutti non ha più larghe spalle su cui scaricarsi, chè Monti è per universale consenso avulso dalla dialettica della politica e quindi della colpa, le nostre croci sono diventate troppo pesanti da portare individualmente, per questo ci aggrappiamo più che volentieri a qualsiasi capitan Schettino o a qualunque evasore fiscale, figure simmetriche della nostra miseria gettate come zattere di salvezza nel mare in tempesta del nostro male occulto. “Dagli, dagli all’untore”, ma l’untore non si manifesta sulla scena del mondo, per questo persino la costruzione di un tunnel può diventare prezioso pretesto per immolarsi su una pira metallica dell’alta tensione o per chiamare la guerra sputando in faccia a un fiero soldato la propria piccolezza arrogante. In tempo di Quaresima sarebbe invece opportuno riscoprire il significato e la potenza del sacrificio di Cristo, che è Agnello di Dio ovvero capro espiatorio universale e definitivo degli uomini, e a chi partecipa di esso mediante il sacramento penitenziale è già stato tolto il suo peccato. Come fare? Lo ha spiegato il Papa su Twitter: segnare il percorso con preghiera, condivisione, silenzio e digiuno. Fra l’altro la Quaresima del professor Ratzinger è assai preferibile e assai meno dura della quaresima del professor Monti.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 03/03/2012)

 

Uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà

Il video del manifestante No Tav che schernisce e insulta il carabiniere in armi, tentando di provocarne la reazione e poter così gridare alla violenza subita, è un ritratto morale della nazione per come essa è divisa non fra diverse tifoserie politiche ma fra differenti razze spirituali. Dopo la battaglia di Valle Giulia un intellettuale di sinistra come Pasolini scrisse una poesia in difesa dei poliziotti malmenati, veri figli dei poveri, contro la protervia dei figli di papà sessantottini, nuove leve del radicalismo utopista e violento. Oggi si ripete questa polarizzazione degli spiriti in blocchi contrapposti, tramontata l’ideologia comunista e fascista non rimane altro che la miseria dell’ecologia ad attrarre i giovani borghesi, frutti marci del progresso e anime piene di vizi, verso uno sfogo giustificato della loro violenza endemica. La cultura dei diritti separata da quella dei doveri è un veleno per le anime nascenti, che imparano così a pensare ogni cosa come dovuta e di conseguenza si schiantano sullo scoglio di ogni divieto e di ogni diniego, naufragio della loro volontà di potenza e dunque pretesto scatenante della loro follia esplosiva o implosiva. Il teppismo politicamente corretto sancisce inoltre il fallimento della scuola pubblica obbligatoria, che in nome del progresso e della modernità ha abbandonato ogni residuo di codice militare, pietra lidia della pedagogia, in favore di protocolli didattici capaci non di educare ma casomai di corrompere una generazione. A quanto pare un uomo può imparare più in un anno da militare che in dieci anni da studente, quello che a noi pare lo stoicismo di un uomo saggio davanti alla stupidità di un quaquaraquà è in realtà l’obbedienza del milite all’ordine del suo superiore, che vale più della sua rabbia per le offese ricevute: ubi maior minor cessat. Ma noi siamo passati dal riconoscere caricature infernali di autorità (i vari ducioni) al non riconoscere autorità alcuna, che è premessa della peggior schiavitù.

(pubblicato dall’autore anche nella sezione Hyde Park Corner de Il Foglio.it, 01/03/2012)

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in Attualità, Filosofia, Politica

 

Il pifferaio di Hamelin

E’ universalmente riconosciuto che la Germania sia un paradigma di efficienza, e questo la accomuna senza dubbio al Giappone con cui non per caso si è alleata nell’ultima Guerra. L’efficienza però è un criterio squisitamente tecnico, connesso alla produzione e alla filiera, non un criterio politico, in quanto non ha a che fare con la vita dei popoli ma solo con l’economia delle nazioni: le nazioni più ricche non sono anche le più felici o le più libere, questo perchè l’arte del buongoverno sottintende una scienza alchemica della ricchezza ben più complessa di quella canonica insegnata nelle facoltà di economia e durante l’apprendistato presso gli istituti di credito, che data la situazione storica attuale dovremmo più realisticamente ribattezzare “istituti di debito” a futura memoria delle generazioni. I greci e dietro di loro gli italiani stanno dolorosamente scontando gli amari frutti di un’epoca che seguendo il pifferaio germanico ha trasferito il criterio adattativo-darwiniano dalla razza alla finanza, per cui non i popoli geneticamente più deboli ma quelli economicamente più fragili sarebbero indegni di mantenere una propria identità nazionale e di conseguenza anche uno stile di vita congruo al proprio carattere storico e geografico. Da qui la tassazione selvaggia e indiscriminata, i tagli alla spesa pubblica, la retorica protestante della sobrietà, l’invettiva contro l’evasione fiscale come Grande Meretrice della Babilonia europea, l’esaltazione del lavoro come dimensione esistenziale e precaria da cui solo la morte ci potrà liberare. Eppure non ci voleva un genio a capire che nella conformazione delle nazioni a un unico regolo politico, pur considerate tutte le differenze e resistenze, si sarebbe determinata un’egemonia dell’economia più forte -e fin qui andrebbe anche bene- a discapito però delle più deboli, che mai nella loro storia recente avevano dovuto per sopravvivere confrontarsi con le parti in gioco in una gigantomachia camuffata da pacifica alleanza (UE).

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2012 in Attualità, Economia, Filosofia, Politica