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Nel paese degli Struldbrugs

30 Nov

Jonathan Swift ha immaginato una nazione di uomini immortali, condannati perciò a un invecchiamento infinito. Costoro dopo una certa età erano dichiarati legalmente morti, i loro beni passati ai loro eredi e i loro impieghi lavorativi terminati al fine di impedire il collasso della nazione e delle generazioni sotto al peso insostenibile di una gerontocrazia vampirica, che oggi noi chiameremmo casta. Dai classici abbiamo imparato che nessuno dovrebbe sopravvivere ai propri figli, oggi invece rischiamo di sopravvivere anche ai nostri nipoti se è vero che vivremo fino a 120 anni, l’incubo letterario di Swift tramutato nel sogno scientifico di Don Verzè per sottrarci al quale ci affidiamo all’eutanasia elvetica, che è in sostanza la riduzione della morte a procedura bancaria. Anche per la vita, così come per la politica, si coltiva nei più la convinzione che sia un problema tecnico alla cui risoluzione possono essere deputati dei professionisti titolati, mentre essa è un problema metafisico che nessun boia in camice può risolvere ma al contrario può solo confermare, puntualizzando l’impotenza dell’uomo nel momento stesso in cui ratifica la sua volontà suicida. Ma la banalità del nostro male è tale che anche la peggiore nefandezza risulta incontestabile nel foro e sacrosanta agli occhi dei gentili.

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5 commenti

Pubblicato da su 30 novembre 2011 in Attualità, Diritto, Filosofia, Scienza

 

5 risposte a “Nel paese degli Struldbrugs

  1. diego

    1 dicembre 2011 at 16:53

    se la morte è svizzera, è una morte neutrale

    e poi, francamente, se il dottor magri ha scelto di morire, è affar suo, dato che di certo era persona colta

    non capisco perchè la morte ci provoca così tante discussioni: è solo la materia che cambia stato

     
    • Vento dell'Ovest

      1 dicembre 2011 at 17:14

      se la pensi così perchè invece di alzarti ogni mattina, fare l’amore con la tua donna e mangiare una fiorentina non ti getti da un ponte, oppure non uccidi qualcuno? Tanto è solo la materia che cambia stato, come un cubetto di ghiaccio che si scioglie…o no?

       
  2. diegod56

    1 dicembre 2011 at 19:22

    bella domanda, acuta e degna d’una risposta circostanziata

    io credo che in ogni caso nella nostra corteccia celebrale risieda un fenomeno percettivo del sè, per cui, per quanto si tratti di un trompe l’oeil, un imbroglio (edoardo boncinelli chiama la corteccia la grande imbrogliona), da un punto di vista fenomenico, abbiamo comunque la sensazione di esistere

    quindi, immersi nel tessuto sociale e culturale, proviamo delle responsabilità, nel mio caso nei confronti dei miei figli

    uccidere qualcuno non è nelle mie corde e, ammetto, deriva dalla matrice cristiana sia antica che recente

    però, un conto è il vivere nel suo dipanarsi rispetto alla nostra sensazione del vivere, un altro, quel che è davvero cioè un fenomeno ineluttabile inserito nella storia della materia, e del suo sottoinsieme che definiamo vita

    con questo non credo di averti convinto, ma risposto con rispetto, questo sì

     
    • Vento dell'Ovest

      2 dicembre 2011 at 01:35

      Caro Diego, mi fa piacere che hai preso la mia domanda sul serio, perchè la mia era per l’appunto una provocazione seria, non faceta. Ho avuto il privilegio di essere studente di Boncinelli, eppure non mi ha mai convinto la sua doppia teoria dell’animalità dell’uomo, da una parte, e della sua irriducibilità a pura materia pensante, dall’altra. Boncinelli stesso ammette che il linguaggio dell’uomo è qualcosa di qualitativamente incomparabile al verseggio degli animali, ma d’altra parte definisce l’uomo uno “scimmione intelligente” (sic). Rimane insomma il mistero di come venga a costituirsi questa differenza qualitativa (si badi: non solo quantitativa) fra uomo e animale, se questa è un fatto che persino un ateo materialista come Boncinelli deve ammettere. Insomma attraverso i problemi lasciati irrisolti da Boncinelli ritorniamo ad Aristotele. Anche ammesso e non concesso che la coscienza sia una “grande imbrogliona”, rimarrebbe da spiegare perchè ci imbroglia, se è vero che anch’essa è riducibile alla sola fisica. In altre parole, facendo i conti in tasca agli scienziati a là Boncinelli, questi conti non tornano. Quando Godel ha introdotto il suo teorema di incompletezza ha rivoluzionato per sempre ogni sistema finito di riferimento linguistico, compreso quello biologico, che non può (più) fondarsi su se stesso, come invece pretendeva il materialismo scientifico. Spero di non esser stato troppo prolisso o troppo oscuro, la tua risposta meritava una replica seria e ragionata.

       
      • diego

        2 dicembre 2011 at 20:01

        io non mi considero ateo, ma non credente, e non è la stessa cosa

        certamente la scienza non può andare oltre una certa soglia nell’indagare sull’umano, sulla stranezza di questa creatura rispetto al resto del mondo naturale, per cui trovo abbastanza rozzo l’atteggiamento che liquida la questione religiosa nel novero delle credenze consolatorie ed ingenue

        c’è, specie in alcuni uomini della chiesa, una potente e profonda indagine sulla condizione umana, come accade ad esempio nell’enciclica spe salvi, che ho letto per ampi estratti

        il pensiero cristiano è spesso denso di profondità e di domande di notevole interesse, anche per chi, non credente, vi si accosta senza dozzinale anticlericalismo

        certamente il mondo dei credenti è variegato, spesso contiene istanze politiche contrapposte, alterna grande capacità di inclusione ad atteggiamenti a mio avviso integralisti e poco fecondi

        però, te lo posso confessare, io amo la religione, il sacro, e credo che questa nostra civiltà europea non può farne a meno, per non perdersi in un’afasica tecnofilia

        a rileggerti, con rispetto ed interesse

         

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